Assolo per mia madre. L’amore incondizionato e l’irripetibilità degli affetti

(Una recensione di Teresa Anna Biccai al mio ultimo libro)

Se dovessi spiegare a un fanciullo la bellezza e l’impegno dell’amore incondizionato, la raccolta “Assolo per mia madre” dell’autrice Maria Pina Ciancio (Edizioni L’Arca Felice, 2014), coinciderebbe pienamente con l’importante necessità di dovermi appellare alla poesia in ogni sua forma.
“In mezzo al grano l’alba nasceva/ sui passi silenziosi di mia madre” (pag. 9).
La sua è una poesia completa che nutre l’anima. Un canto profondo che si concede senza insicurezze e che non lascia spazio a ostentazioni. Conforto e arricchimento, ed esempio di rara sensibilità epocale.
“Tutta la valle stanotte/ è dentro una ferita di ghiaccio/ che brucia spalancata/ a mani aperte” (pag.25)
Una poesia che avvalora senza consuetudini la purezza del quotidiano, rendendolo esigenza universale e fondamento di quella memoria interiore, che ci rende tutti figli senza tempo.
“Avvicina una mano e lo sguardo e cercami ancora bambina/ solo un istante solo una volta/ per l’ultima volta” (pag.36); “Vorrei abbracciarti adesso, invece corro/fortefortissimo tra lenzuola d’aria/ e grumi di pensieri ancora acerbi” (pag. 40).
Nei suoi versi ci si commuove senza inciampi, si avverte l’urgenza di un’immedesimazione serena e dolorosa nello stesso tempo, come se le stagioni della vita (infanzia, adolescenza e maturità) appartenessero tutte allo stesso istante, come un lungo fotogramma. “Le sento ancora le tue mani grandi/ soffiarmi fiato caldo/ tra i capelli” (pag. 34).
Ed è in questa dimensione inconscia, che la parola poetica dell’autrice proporziona il sentimento in perfetto equilibrio e lo allontana da quell’avaria che lo scorrere della vita stessa provoca duramente. “E’ arrivata la condanna e la paura/ in cui finisco di esserti figlia/ e tu di essermi madre” (pag. 24).
La terra originaria s’impregna in ognuno di noi, rendendoci eterni portatori dell’intimo respiro che la dimora. In “Assolo per mia madre” si ha l’impressione, a tratti, di assistere a una lenta disgregazione radicale, a un senso di non appartenenza che abbandona e dimentica tutto, con la perdita di chi, a sua insaputa, vi regnava interamente come madre. “D’improvviso/ la terra dei sogni e del ricordo/ cede e trema sotto i passi/ e ci prende tutto/ gli occhi, il cuore,/ i sogni e la bellezza” (pag. 23).
Una poetica consapevole e coraggiosa che non volta mai le spalle alla fatica delle parole, del corpo e della mente “In questa latitudine di dolore/ non c’è fuga, né abbraccio/ per il mio pianto disperato/ solamente urgenza di imparare/ la grammatica dolorosa/ di un nuovo accoglimento” (pag. 24).
Ogni verso è una sferzata emotiva piena di valore – assistito da quel senso del dovere ineccepibile, appreso da una madre esemplare. Non a caso l’autrice ricorre spesso alla parola “madre” con sincera fierezza.
“Ogni tanto di fronte a te m’intimidivo/ dritta e fiera sulla schiena/ … estranea a quell’andare e venire confuso e intermittente della gente” (pag. 18).
“Sono venuta al mondo in una stagione/ che s’addolcisce appena il vento tace/ «una stagione di trappole» dice mia madre/ E mi insegna i trucchi del cacciatore e della preda/ sulla neve” (pag. 21). Questi frequenti richiami rivelano senza ombra alcuna, l’irripetibilità degli affetti originari e le qualità apprese da una figura amorevole che ha incorniciato il suo cammino di vita senza restrizioni, da una figura imponente e maestosa, da una figura coerente fino alla fine, da una donna immortale, ritratta egregiamente a piene mani sulla carta e sulla carne, che premia e difende tutta l’estensione del suo amore.
Bruciano i giorni del ricordo/ come fosse ieri l’urlo primordiale/ lo strappo della carne/ il solco della valle ancora vivo (pag. 37).

Teresa Anna Biccai, 12 dicembre 2014

fonte Rituali Minet- Attraversandomi

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