Sulla rivista telematica Art-Litteram

Grazie a Cinzia Baldini e ad Art-Litteram

E’ un libro intimo e delicato questo di Maria Pina Ciancio, quasi un diario in versi, dedicato alla figura materna scomparsa dopo una lunga e dolorosa malattia nel 2012, come si legge nella dedica iniziale “A mia madre/ che mi ha insegnato i fiumi, i prati, l’erba/ e i passi sulla neve (…)/ e tutto ciò che oggi so sognare”.
Il libro si divide in due momenti: i ricordi d’infanzia in un viaggio reale quanto immaginario con la madre lungo le terre natie della Lucania “Ho camminato a lungo stanotte/ non so se sui miei passi/ o su quelli di mia madre (p.11) e i giorni del dolore della sezione “Silenzi d’erba”, quando la malattia imperversa decisiva e devastante e “la terra dei sogni e del ricordo/ cede e trema sotto i passi/ e si prende tutto/ gli occhi, il cuore/ i sogni e la bellezza” (p.23).
La scrittura è limpida ed essenziale, forte ed evocativa, il messaggio di amore puro e incondizionato.
La silloge è impreziosita dalle grafiche interne e da un disegno fuori testo raffigurante la maternità, del maestro lucano Giuseppe Pedota (Genzano di Lucania 1933 – Cremona 2010).

Maria Pina Ciancio
Assolo per mia madre (con grafiche di Giuseppe Pedota)
Edizioni L’Arca Felice 2015

fonte_ Art-Litteram

Assolo per mia madre. Una corrispondenza d’amorosi sensi

(Una recensione di Teresa Armenti) assolo per mia madre, maria pina ciancio

Alla poesia di Maria Pina Ciancio bisogna avvicinarsi in punta di piedi, accarezzare delicatamente la copertina, accostare l’orecchio agli spazi vuoti delle pagine e porsi in ascolto. Allora, cullati da un melanconico sottofondo musicale, ci si trova immersi nel paesaggio lucano, tra il profumo dell’erba spettinata dal vento nell’aria concava di luce e i campi di grano. Dalla “terra di luce ed ombra, infeconda e fertile” la parola prende forma tra singulti, sospiri e briciole di vita.
Si staglia, netta, la figura della madre, con la sua gonna larga, lo sguardo increspato, i capelli raccolti in un velo di lacca e la fronte aperta al sole, mentre aiuta la figlia, mano nella mano, a guadare il fiume e a percorrere sentieri irti. E alla madre, salita al cielo il 4 gennaio 2012 all’età di 72 anni, è dedicata l’intera raccolta di versi misti a prosa, fatta di sguardi fugaci, di silenzi, di sorrisi, di soste e di riprese. Il ritmo cambia tono quando i ricordi dell’infanzia cedono il passo alla grammatica dolorosa della sofferenza. Subentra la paura, il disorientamento, la lotta contro il male, che sembra debellato, ma dopo anni si ripresenta, esplodendo in tutta la sua crudezza, senza via di scampo. Ai luminosi orizzonti si contrappone un buio fermo tra le bianche pareti di impotenza, mentre il tempo non passa mai. I versi diventano preghiera, invocazione, attesa. E si spera fino all’ultimo.
Il pianto dell’anima irrora le pagine e contagia anche il lettore, ma viene subito asciugato dallo spettacolo dei gerani fioriti in giardino senza preavviso. La “corrispondenza d’amorosi sensi” del Foscolo si avverte in modo tangibile. La presenza invisibile della madre accompagna la figlia di giorno, di notte e quando attraversa la valle del Sinni, che “brucia spalancata a mani aperte” dentro “una ferita di ghiaccio”.
Il florilegio della Ciancio, pubblicato nel mese di settembre 2014, in 199 esemplari di carta pregiata numerati a mano, dall’Arca Fenice di Salerno, con grafiche di Giuseppe Pedota, suscita profonde ed intense emozioni, sviluppando una forte empatia; è “evocativo e vocativo”, come ha sottolineato Lucio Zinna nella prefazione; da assolo si trasforma in dialogo, che cerca un amoroso contatto con l’assenza, come ha evidenziato Mario Fresa nella sua testimonianza critica.
È la nenia che la figlia sussurra con tenerezza alla madre, mentre varca la soglia.

Teresa Armenti

Fonte: La Siritide

Assolo per mia madre di Maria Pina Ciancio- Note di lettura Fernanda Ferraresso

CARTESENSIBILI

ferdinando scianna

from-ferdinando-scianna-1.

Mi abitano   i paesi spopolati     e     il vento
la luce che scorre in un istante
e frana nella crepa dei calanchi        nella carne.

Scriveva così in  Storie Minime (https://analfabetiere.wordpress.com/2009/06/30/storie-minime-maria-pina-ciancio/) Maria Pina Ciancio e ora, in questo suo  Assolo per mia madre, Edizioni L’Arca felice, edizioni numerate di cui ho avuto in dono una copia da Maria Pina, riprende in qualche modo quei fili per farne un nodo in-trono ad un’assenza, intorno ad un ritorno ad una terra-ferma-salva: quella della madre che, dopo un lungo percorso doloroso condiviso con la figlia e un continuo ri-chi-amarla, da parte di quest’ultima, torna ad essere filo di luce tra i fili che porgono alla poetessa un riferimento saldo, un colore vivo e una lente nitida con cui affacciarsi di nuovo a quegli stessi luoghi, alle stanze della sua memoria e dell’infanzia, ora più chiara, ancora più…

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Assolo per mia madre. Una raccolta intima, dialogante e sconfinata

(Una recensione di Vincenzo D’Alessio)

Accarezzare le pagine dell’ultima raccolta di poesie “ Assolo per mia madre ” della poetessa lucana Maria Pina Ciancio mette il lettore in comunione con la sonorità della grafia impressa sulla copertina e sulla quarta di copertina del volume: la calligrafia è l’emersione del carattere, degli anni trascorsi, la bellezza e il dolore dell’anima che attinge nell’infanzia. Il mio il nostro è l’entrare con discrezione tra le pagine di un diario familiare , di un dialogo silenzioso tra donne, natura, paesaggi fisici e mentali con la poetica e l’ispirazione dell’Autrice.
Nei versi il fonema ricorrente è “silenzi / silenzio” proprio della comunione tra il pensare e la mano che esegue. Lo spazio energetico che collega l’esecuzione è fatto di silenzio. Soltanto dopo, la voce / le voci, riprendono quei segni di un alfabeto che formano le parole e le rendono sonore.
L’alfabeto musicale si serve delle figure scritte sul pentagramma che misurano la quantità e la qualità del tempo della composizione che gli strumenti, per prima la voce umana, trasformano in suoni. Continua a leggere

Assolo per mia madre. L’amore incondizionato e l’irripetibilità degli affetti

(Una recensione di Teresa Anna Biccai al mio ultimo libro)

Se dovessi spiegare a un fanciullo la bellezza e l’impegno dell’amore incondizionato, la raccolta “Assolo per mia madre” dell’autrice Maria Pina Ciancio (Edizioni L’Arca Felice, 2014), coinciderebbe pienamente con l’importante necessità di dovermi appellare alla poesia in ogni sua forma.
“In mezzo al grano l’alba nasceva/ sui passi silenziosi di mia madre” (pag. 9).
La sua è una poesia completa che nutre l’anima. Un canto profondo che si concede senza insicurezze e che non lascia spazio a ostentazioni. Conforto e arricchimento, ed esempio di rara sensibilità epocale.
“Tutta la valle stanotte/ è dentro una ferita di ghiaccio/ che brucia spalancata/ a mani aperte” (pag.25)
Una poesia che avvalora senza consuetudini la purezza del quotidiano, rendendolo esigenza universale e fondamento di quella memoria interiore, che ci rende tutti figli senza tempo.
“Avvicina una mano e lo sguardo e cercami ancora bambina/ solo un istante solo una volta/ per l’ultima volta” (pag.36); “Vorrei abbracciarti adesso, invece corro/fortefortissimo tra lenzuola d’aria/ e grumi di pensieri ancora acerbi” (pag. 40). Continua a leggere

Il 12 agosto a Policoro rassegna d’arte e poesia “Sopra la terra il mare”

da Il Metapontino.it  (domenica 4 agosto 2013)

POLICORO – Lì dove il mare sfiora cose e persone, il Circolo Nautico Aquarius, in località Torre Mozza a Policoro, il 12 agosto alle 18.30 ospiterà la rassegna d’arte e poesia “Sopra la terra il mare”. Le opere fotografiche dell’artista lucano Donato Fusco faranno da cornice ai ritmi delle parole di autori lucani e limitrofi tra i più rappresentativi della poesia contemporanea. Un pomeriggio in versi, un reading sostanzioso con letture di: Maria Pina Ciancio, Pasquale Vitagliano, Maria Antonella D’Agostino, Abele Longo, Giorgio Linguaglossa, Luciano Nota, modera Maria Grazia Trivigno.

Il tema della rassegna è il mare. Scrisse il grande poeta cileno Pablo Neruda: “Ho bisogno del mare perché m’insegna / non so se imparo musica o coscienza: / non so se è onda sola o essere profondo / o solo roca voce o abbacinante / supposizione di pesci e di navigli. / Il fatto è che anche quando sono / addormentato / circolo in qualche modo magnetico / nell’università delle acque”.

Un appuntamento da non perdere se è vero che la poesia e l’arte hanno ancora il potere di emozionare. Continua a leggere

Esce il nuovo numero di GRADIVA 2011

GRADIVA
International Journal of Italian Poetry
Rivista Internazionale di Poesia Italiana
Number 39/40 –
Spring / Fall 2011

Nella sezione “Rassegna di Poesia” a cura di Luigi Fontanella e Plinio Perilli, con la collaborazione di Monia Gaita e Antonietta Gnerre, una recensione alle “Storie minime” (p.254) .
Grazie ai curatori e a Monia Gaita che ha realizzato la scheda.
Mapi

Maurizio Soldini recensisce l’Antologia poetica “ORCHESTRA n.3”

Orchestra. Poeti all’opera numero tre, AA. VV., Antologia a cura di Guido Oldani, LietoColle, 2010

L’Antologia “Orchestra” è curata da Guido Oldani con i contributi di Alessio Alessandrini, Martha Canfield, Maddalena Capalbi, Maria Pina Ciancio, Salvatore Contessini, Antonio Fiori, Vincenzo Mascolo, Augusto Pivanti, Margherita Rimi e Anna Toscano. Ci troviamo davanti ad un piccolo libro di non più di novanta pagine, che offre un assaggio della produzione inedita di dieci poeti della scuderia LietoColle, che sono stati chiamati a far sentire o ri-sentire le loro voci nella possibile imminenza (come auspico) di una loro ri-proposta più adeguata. Più adeguata nei termini dell’estensione di quanto offerto, che si gioca qui in una media di cinque poesie per ciascun autore. Troppo poco per poter dire qualcosa, che non si franga sulla frammentarietà del giudizio legato a quella che Oldani stesso riconosce come la frammentarietà o meglio “precarietà”, per quanto “nobile”, che contraddistingue come “cifra essenziale e vitale” questa antologia. Frammentarietà non solo spaziale, ma anche di canone, di stile, di momento storico, riverberato su quello che siamo anche dal punto di vista letterario, e quindi nel contenuto, nella forma, che si situano in una dimensione tipica del poeta contemporaneo, che potremmo identificare in una epocale aporeticità, intravista pure dal direttore di questa Orchestra, Guido Oldani, che non ha titubanza nell’affermare nell’introduzione: “I nostri poeti sono sulla soglia, come se ci volessero entrare o come se la stessero per lasciare interamente”.

Non potendo  entrare nel merito delle poche e insufficienti vocalizzazioni di ciascun autore, nel leggere di un fiato il piccolo volume e nel rileggerlo ancora per cercare di sottolineare le prime impressioni ho colto nella piacevole orchestrazione generale lo spiccare di tre voci: quella di Salvatore Contessini, in particolare, e quelle di Anna Toscano e Maria Pina Ciancio, senza voler nulla togliere agli altri orchestrali.

L’ascolano Alessio Alessandrini si immerge in malinconiche riflessioni, attraverso una fotografia, genealogie contemporanee, meteorologia e residui organici, sul fuori e dentro di noi, invischiati tra psicologismo e simbolismo, da cui ogni tanto emerge il corpo come un iceberg spuntato, che ci conduce in una narrazione prevalentemente prosastica nella quale trionfa un pessimismo senza possibilità di ritorno: A passarci la mano non resterebbe/ che quello che davvero altro non siamo:/ lunghi neri peli, inopportuni,/ ceneri che si frantumeranno./ Residuo organico di un corpo/ in amore che non potevamo.

Martha Canfield con un lessico fluente e libero da pastoie, aiutata dalla sua immersione nella lingua e nella cultura ispano-americana, ci conduce in piacevoli conversazioni con le quali si rivolge ad amici, poeti, etc. La sua parola, atteggiata più che altro a prosaicità, è ben calibrata, asciutta, fluida, dorata dalla solarità, scaltra nel fermare parole e sensazioni passate, abitata da un senso forte della relazione e del dialogo, che cercano e rafforzano amicizia e nell’amicizia trovano ottimismo e felicità; l’amicizia forte e resistente allo stesso modo della parola poetica, le quali  restano al di là dell’esistenza. E la parola poetica della nostra Canfield è come la fragranza della sera: “L’intensa fragranza della sera/ con lento volo si diffonde/sopra la terra immobile,/ forse soffiata dal monte,/ forse convertita in carezza/ dall’aria che comincia a muoversi”.

Maddalena Capalbi, ormai milanese, proveniente da Roma, si esprime in un dialetto romano, che non è più quello di adesso, della metropoli del terzo millennio. Una poesia dialettale che ritorna a stilemi a metà tra Belli e Trilussa, dove ritroviamo l’ironia e l’acutezza del popolo romano di sempre, quel popolo romano e quella città, che, nonostante vari problemi, “e la città santa s’annisconne/ pe fa comunella co li gradassi/ e na manica de smargiassi,/ storia vecchia come er cucco/ storia che ce fa fenì de brutto.”,  probabilmente manca alla nostra poeta e fornisce un alone nostalgico intriso di ribellione alla sua poesia.

Maria Pina Ciancio è voce solida, ben impostata, caratterizzata da un senso della liricità che ormai, purtroppo, è quasi al tramonto nella nostra epoca e pertanto difficile da trovarsi nella poesia attuale, giocata quasi tutta al gioco dei minimi termini, dell’elenco di cose.  Consapevole di una forte tradizione letteraria e poetica, legata alle voci più alte del nostro Novecento, come Montale e Ungaretti, di cui si sente il vento che spira tra le righe nei versi della nostra poeta, veniamo catapultati in un versificare leggero, musicale, che evapora in una apparentemente inconsapevole nettezza di profondo senso ed elevato contenuto, dove si gioca il significato della nostra esistenza, nella quale capita spesso d’impuntarci, di essere colti da un crampo che ci fa restare nell’aporia, la quale può essere risolta soltanto ed esclusivamente dalla parola poetica che ben conosce la tempistica dell’esistenza: “Ci impuntiamo talvolta/ in quel tempo meridiano/ del gesto irripetibile/ C’è per tutti una soglia/ sarà lo sguardo distratto/ la parola che manca/ il respiro della vita/ attorcigliato su se stesso/ O forse sarà che basta un passo/ una frenata brusca/ un colpo di tosse/ un grumo di silenzio/ sciolto in bocca/ Prima del corpo saprà la parola/ l’istante esatto dello scatto”.

 Il poeta romano Salvatore Contessini non è certamente una scoperta per chi lo conosce già, per chi conosce la sua poesia. Poesia che qui dimostra un’ulteriore maturazione formale e sostanziale nello stesso tempo. L’acribia contessiniana si fa sempre più pervicace in un verso libero, ma ostinato nella musicalità di endecasillabi, settenari e soprattutto novenari, che rappresentano la cifra stilistica prepoderante del nostro autore, che con secca dizione articola la parola in un melodico arpionamento del significato, come ad esempio: “Ancora il nulla vezzeggiato/ tra refoli di vento greco/ e ondine di sirene renitenti/ é legno di deriva aperta/ quando il pensiero muta/ nella parola che trasmigra.” Se la forma é un pezzo forte della poesia di Contessini, non da meno la sostanza, contenuta in una dimensione crittografica alla quale siamo abituati. Poesia per iniziati, dunque? Assolutamente no. Poesia per la poesia. Poesia per l’uomo. Poesia naturale per l’indole umana, fisica e nello stesso tempo metafisica, senza dualismi, in un embricarsi di fisico e metafisico, ma dove dualmente ( non dualisticamente ) prevale il metafisico. Lì dove a prevalere non é il dato empirico, materiale, ma l’ipostatizzazione del senso di apertura all’oltre, oltre perfino dell’essere, nella realtà del luogo dove non si dà la possibilità dell’aporia. E la porta per l’oltre abita nella parola. Dove esiste un continuo rimando a interpretazioni sempre nuove e comunque mai definite, sia quando sono in gioco sensazioni, visioni, percezioni, sia quando ci sono in gioco stagioni, luoghi, tempi, vigne, cime, mare, nulla e essere, buio e luce, giorno e notte, qui e altrove. Il tutto in un forte intreccio con i vissuti, che possono essere dell’autore come del lettore. Ed é, a mio parere, in questa dimensione crittografica, dove si dà la possibilità ermeneutica, che é presente il vero senso della poesia, come il senso della vita, entrambe reciproche metafore. Con una finalità nascosta che necessita di essere svelata, quella di far approdare il corpo alla purezza immateriale della luce, la parola alla poesia: “Non so se il corpo ha emesso il viaggio/ o scampoli di mente tornano ai luoghi/ fermo soltanto un punto/ come se fosse un ente:/ guardo dal finestrino fondere spazio/ dissolvimento successivo traslucido in purezza”. 

Antonio Fiori, poeta sardo di Sassari, ci concede, sulla scia della poesia di Bertolucci, che troviamo non a caso in esergo alla prima poesia, una vera e propria poesia del quotidiano, espressa in una parola lucida e lineare. Poesia che in una semplicità tutta domestica e familiare fa della casa il luogo per antonomasia di una religione tutta laica, la chiesa della nostra assenza diurna, dove la sera si ritorna stanchi nelle stanze delle nostre preghiere, “- dopo la fretta l’incenso del ritorno”. La casa-chiesa dove “per appaltare questo tuo progetto/ fai spazio dentro per le impalcature/ per il restauro dell’anima completo”.

Vincenzo Mascolo ci presenta alcuni assaggi della silloge inedita Bile, nella quale sembra esserci il filo rosso di un dialogo a distanza con il poeta Queneau, presente in crescendo in tutte le composizioni. Con vezzo scientifico e analitico, (caro alla poetica di Raymond Queneau,  – non a caso amante della scienza e in particolare della matematica),  ma con una ironia di fondo alla quale ci ha già abituato, come quando ha affrontato i problemi di bioetica, Mascolo affronta ora, prevalentemente, problemi di poetica. Egli ravvisa nel mondo di oggi un gran polverone che offusca la vista ai poeti, “la cataratta dei poeti” dice Guido, (Oldani?),/ che Salvatore (Martino?) vuole ad ogni costo/ rimuovere dal proprio cristallino/ per scorgere oltre il ferro delle grate/ il suo punto di fuga, le linee di una nuova prospettiva”. La polvere oscura la vista e nello stesso tempo provoca la raucedine ai poeti. Quale allora il punto di fuga, la prospettiva per Mascolo? La stessa di Salvatore? Sicuramente non la linea prospettica di Queneau e non i suoi esercizi di stile e di cesello matematico: “Non c’è più tempo per i tuoi esercizi/ non è più tempo questo per lo stile,/ ormai del poco fiato che rimane/ è meglio farne voce per la bile”. Il tempo attuale ha bisogno di una parola biliare e perció financo arrabbiata rude dura aspra graffiante, che a scanso di stili abbia una velleità, piuttosto che estetica, etica: “ai poeti non resta che affilare le parole/ e usarle come unghie per raschiare/ il fondo sconquassato del barile”.

Il poeta veneto Augusto Pivanti si situa con i suoi versi in una dimensione classicista tutta post-moderna, dove la parola si nutre di natura, di oggetti, di oggetti dell’arte, dei pittori, degli architetti, della musica, del paesaggio, delle persone care, di se stesso, di ricordi, di passato, di presente, e produce una parola ricercata e raffinata come le colonne del Palladio. Una poesia nello stesso tempo riflessiva e pertanto prevalentemente intellettualistica. Almeno per lo più. Preferisco la leggerezza quando il suo versificare diventa più istintivo, come quando Pivanti dice: “Espongo il viso/ a un sole tardo, di anni/ esclusi dalle primavere./ Chiudo le labbra/ per proteggermi/ perfino dai sorrisi”.

La siciliana Margherita Rimi presenta poesie dalla silloge inedita I tempi dei bambini, che ci riportano ad un’aura di stampo minimalista, dove sembra prevalere un canone di stampo positivistico, nel quale il metodo analitico conduce ad uno scavo della psiche. Psiche dei bambini sui quali si riflette la psiche della poeta, che è colta da zoppia nel momento in cui si sente messa all’indice dai bambini con i loro tempi: “I tempi dei bambini/ mi fanno zoppicare/ mi segnano col dito/ E quando toccano le cose/ l’aria comincia a respirare a disegnare/ la sua punteggiatura”. Poesia, quella della Rimi, certamente non facile. Criptica, tutta nascosta come è nei risvolti dello scavo psicanalitico.

Anna Toscano di Venezia è sulla rotta della linea lombarda. Quella linea che privilegia l’oggetto, la cosa, gli elenchi di cose, in poche parole tutto ciò che sta nel mondo, al punto che non può essere evitata la complementare de-soggettivazione. Una dimensione cara a un preciso canone poetico, e in genere letterario, confortato dai filoni di studio di tanta semiotica, che è seguita da numerosi poeti contemporanei, ma non più soltanto di Milano e dintorni, bensì di tutto il nostro Paese. Pertanto ritengo che sia superato parlare di linea lombarda, e come ho già proposto riporterei le diverse poetiche alle due dimensioni, ontica e ontologica, e ai loro vari possibili gradi di intersezione. Poesia minimalista, come è spesso riconosciuta, dunque, la poesia di Anna Toscano, poesia dei minimi termini, di spazi, di luoghi, di tempi, di materia, di tutte le cose, compreso l’uomo-oggetto,  che vivono nella loro fisicità e nella loro autonomia d’essere materiali. Uno pseudo-realismo, pertanto, che preferisco chiamare empirismo poetico. O meglio dimensione ontica della poesia. Ma quella che preferisco è sicuramente la dimensione ontologica, che in parte è propria di altrettanti poeti, e che in questa antologia è ben rappresentata da Salvatore Contessini, nella poesia del quale ci troviamo a confronto con quello che è il vero realismo poetico, nella misura in cui, come dicevo più sopra, ci troviamo davanti ad un continuo embricarsi di dimensione ontica e ontologica, ma con alla fine una netta prevalenza dell’ontologia. Ma per tornare ad Anna Toscano, la sua poesia fatta di punteggiatura e pertanto di virgole, due punti, punti e virgola, di parentesi, e di un punto, che pare non voglia accettare del tutto l’impasse della pura fisicità, aprendo ad una dimensione pneumatica, pare tuttavia stare anche lei stretta nelle angustie dell’ontico, per dare un accenno di apertura all’altrove dell’ontologia: “Non avevo capito che il punto/ – come dicono anche i manuali di scrittura – che rende possibile il respiro”. Ma a predominare sono pur sempre gli oggetti, e noi come loro, “siamo grucce per cappotti/ manichini per cappelli/ forme per guanti/ tutto è in affitto/ tutto ha un prezzo” e ancora “tutto è in affitto/ tutto ha un prezzo/ nella tua macchina, nella tua casa, nel tuo bagno,/ nel tuo letto, nelle tue braccia, tra le tue gambe”. Onticità che si coglie assai bene nello slancio quasimodiano, invertito però nei suoi termini di senso: “Noi si sta, felici,/ in uno specchietto retrovisore”. E poi ancora abbiamo tram, treni, piazzali, vie, città, ma quello che ci fa sobbalzare sono le “Ultime cose” (il corsivo è mio), là dove un corpo consunto, una mano ossuta, una stanza con il suo odore di chiuso e la penombra, consentono di percepire in controluce al di là delle ultime cose, le ultime parole, dove si coglie un ineludibile slancio all’approdo nel mondo della realtà della parola e pertanto della poesia, dove il soggetto riesce a librarsi nel canto metafisico del sentimento e della liricità apprese dalla rapporto con i propri cari, in questo caso la nonna. “Le ultime parole che avrò da te,/ …”e “Le ultime parole che dirò a te/ saranno no nonna dormo qui stanotte/ ma tu no non salire su quel treno/ senza avermi raccontato ancora di quella volta che”, stanno a dimostrare che la poesia non può eludere il logos, la parola, che va al di là delle cose.

E questo forse potrebbe essere un possibile percorso per il canone del terzo millennio. Ma altre antologie si annunciano per questo anno, che a breve dovrebbero essere pubblicate, come “Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria” (2011) curata da Roberto Maggiani per le Edizioni de L’Arca Felice e come “Frammenti imprevisti. Antologia di poesia” (2011) curata da Antonio Spagnuolo per Kairòs Edizioni, dalle quali dovrebbe emergere in modo ulteriore la strada intrapresa dai poeti della nostra epoca perché sia meglio delineato un canone di cui tutti abbiamo bisogno, per uscire dall’aporeticità.

Una recensione tratta da LietoColle

Maurizio Soldini

Margherita Rimi sulle “Storie minime”

da LA MOSCA di Milano
Intrecci di poesia, arte e filosofia
giugno 2010, n.22 (p. 110/111)

*

E’ tra i ricordi che ci  conduce la realtà, nella storia dei luoghi, in percorsi per assenze:

“A chi resta a chi parte
(e non sa che lascia vuoti da riempire nelle crepe)”

Inizia così Storie minime di Maria Pina Ciancio.

La poetessa già dai primi versi avverte il lettore in quali territori intende condurlo.

Territori in cui ricordo e realtà si confondono, si scambiano nei luoghi della mente, dove ci si immerge ora nell’uno ora nell’altro verso.

Sono luoghi che hanno inciso nella carne la propria anima e con forte intensità vengono vissuti intimamente nelle storie di frammenti familiari ed individuali e nel destino di una comunità, di un popolo. Non a caso l’autrice fa riferimento nel sottotitolo, “Una poesia per Rocco Scotellaro” ad un poeta del Sud, della sua terra di Lucania, che fu anche uomo politico sensibile.

I versi sono pervasi da un presente che non sa dire senza la sua storia, senza un percorso che attraversa quei luoghi e li legge raccontandoli adesso, come allora.

“la storia
quella raccontata  e quella dei ricordi
si impasta con la vita”

Dove sembra esserci un vuoto, un abbandono questi diviene presenza forte, traccia di continuità tra passato e presente, futuro e possibilità.

I paesi, le cose, gli oggetti, le strade, i muri, il vento sanno come muoversi in silenzio e sanno di  essere, allo stesso tempo, una presenza che risuona e vibra di parole, di storie personali e individuali, di storie collettive.

Ed a mano a mano che sembrano spopolarsi nella descrizione, si  ripopolano di storia e di senso.

E’ da tante storie che l’autrice si lascia attraversare, storie che appartengono alla sua, scandite all’unisono con il suo sentire.

Gioco della vita tra chi resta e chi se ne va.

Lacerazione dell’abbandono e dell’assenza, frammentazioni del destino, condizione di vivere nel sud.

E’ come se chi resta, in qualche modo, fosse andato via e chi se ne va fosse rimasto, è in questo gioco infinito che si compie una umanità che non ha più un luogo, è questa la terra in cui si compie il destino tra  sradicamento e forte identità

Il luogo del sud diviene un territorio di transito, terra di passaggio, confine, simbolo della precarietà dell’esistenza in continuo e febbrile movimento, dove la morte e la vita, la memoria e la sua scomparsa, la partenza ed il ritorno, l’assenza e la presenza convivono in una sintesi di senso.

Agrigento, 07.09.2009

Margherita Rimi

Mario Fresa sulle “Storie minime”

Ua recensione di Mario Fresa
su Narrabilando

Scrivere è indovinare l’attimo arcano in cui si sovrappongono l’inimmaginabilmente grande e l’infinitesimale. Perciò, nella scrittura è sempre vivo un gioco di affettuose corrispondenze, di interne e inevitabili contraddizioni (l’esserci e il morire; la concretezza e la lontananza; il ricordo e la contingenza; il desiderio e la realtà). La poesia di Maria Pina Ciancio descrive questo smarrirsi dentro il liquido movimento di chi è diviso tra la materia del presente e le riposte sembianze della memoria: l’emigrazione dalla terra avita è il segno e l’immagine di un percorso che tocca ognuno di noi (poiché ognuno di noi ama e rincorre; e ognuno di noi perde o trasfigura ciò che ama e rincorre; e ognuno, ancora, si allontana dalle origini e ricerca una continua riparazione, e brama una costante ricucitura). Maria Pina Ciancio ricorda al lettore, dunque, un ruolo essenziale per la lingua poetica: quello di farsi voce che riannoda i legami e che li fa rivivere e tremare, diventando un’esperienza autentica e bruciante; è il ruolo dell’amoroso raccogliere e tramandare, e del limpido, malinconioso guardarsi indietro per riordinare, conservare, ricuperare i tasselli dei luoghi cancellati e feriti dalla cattiva indifferenza di chi resta.

Storie minime è un libro di rimembranze e di partenze. La poesia è proprio questo: è distacco, separazione; è perdere e tramontare; ma è anche felice concordia, combinazione magica di ritrovati vincoli; è unione e rinnovato accordo di legami; ed è pure l’avverarsi di una costante coincidenza di persistenza e di mobilità: cioè di dense comparizioni e di pulviscolari sbriciolamenti.

Nessuno veramente parte o resta: si scivola nel tempo indefinito delle attese e dei preparativi, e la chimera di andare avanti ci fa invece, spesso, tornare indietro o ci fa spingere, con affannosa cura, troppo avanti.

Un viaggio inizia sempre (o meglio: inizia solo, e basta). L’allontanarsi è l’unica, indeclinabile eredità di chi vive. Colui che parte, allora, intende distruggere e poi daccapo ricostruire, finalmente riappropriandosi di ciò che ha dovuto lasciare (e  perfino di tutto ciò che non è mai stato).

Questo è un libro di tenere illusioni mai sopite. Il poeta si presenta sotto la veste di un figlio: la sua forza è nel desiderare di procedere, con un ansioso amore, nella direzione di un riscatto e di un ricongiungimento con la materna e sacra immagine del primo luogo, antico e presente, in cui si è verificato il dono dell’apprendere, dell’imparare (ad esempio le parole dell’infanzia, sempre indelebili e oscure; e i passi incerti delle scoperte; e le intense rivelazioni delle remote, indistruttibili amicizie).

Ecco il destino vero della poesia: emigrare e ritornare; cancellare e raccogliere; dimenticare e amare. Maria Pina Ciancio conosce molto bene questo sforzo curioso di vivere l’inquietudine di una precaria dimensione, fitta di troncamenti e di ricomparse, di commiati e di riprese: «facciamo percorsi lunghi / per ritornare sempre all’inizio», e il segreto di questo interrogarsi poi ci rende, contemporaneamente, immobili e infanti.

Noi siamo desti e dormienti – ogni cammino è eracliteo; e irredimibile. Ogni paese sognato e ritrovato «giace in frantumi»  (così come dice Scotellaro) ed è altro e irrecuperabile, se non con la felice presenza del poeta che racconta, ricuce, tramanda e risana. (Mario Fresa)

http://narrabilando.blogspot.com/2010/08/storie-minime-e-infinite.html

Un articolo di Michele Brancale su Il Portolano (n.60/61)

IL PORTOLANO – Periodico trimestrale di letteratura
Ed. Polistampa – Anno XVI Gen-Giu 2010 n.61-62, E.8
(articolo a cura di Michele Brancale, p. 36)
Scarica il pdf della rivista qui: Il Portolano n. 60/61

(cliccare sull’immagine per ingrandire)