Ci sono momenti

Ci sono momenti in cui la vita stessa ci chiede di fermarci e si prende delle pause e dei silenzi, quelli dimenticati e di cui non sappiamo più godere. Facciamo buio, facciamo ascolto, facciamo pace dentro. Tocchiamoci il cuore, le mani, gli occhi come una cosa nuova. Ascoltiamo il vento, la pioggia, la foglia che cade. Ascoltiamo il silenzio che ci fa creature piccole, fragili, ma ci restituisce il senso di appartenenza a noi stessi. Insegniamolo ai giovani. Lasciamogli questa possibilità, non rinviamola a domani.

(2 marzo 2020)

Sui libri

Capita tante volte che mi si chieda a bruciapelo il titolo dei libri che più hanno contato nella mia vita. Trovo sempre difficile rispondere a questa domanda, circoscrivere la mia biblioteca personale in un elenco di dieci titoli. Dico biblioteca personale, ma potrei dire biblioteca affettiva. Perché i libri letti e amati, diventano affetti rari da custodire non solo tra gli scaffali, ma anche nella propria memoria, dove albergano privilegiati, come il sogno di un amore o un amore. Ecco questi sono i titoli che a caso e senza ordine, né classificazione, affiorano in questo momento alla mia memoria, I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, Il dolore di Marguerite Duras, i Pensieri di Giacomo Leopardi, Se questo è un uomo di Primo Levi, Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, La luna e i falò di Cesare Pavese, Una donna di Sibilla Aleramo, Il grado zero della scrittura di Roland Barthes, Il diario di Jane Somers di Doris Lessing, La ballata di Reading di Oscar Wilde e so che forse non saranno esattamente gli stessi tra un mese o tra un anno. Ciò che posso dire è che amo le biografie, la buona narrativa (classica e contemporanea) e certi libri per ragazzi che sono indimenticabili, come L’Albero di Shel Silverstein o Il diavolo nel presepe della scrittrice lucana Gina Labriola.

Sett. 2014

Rughe del silenzio

La luce si è fatta bianca, quasi argentea e alcuni corvi neri si aggirano gracchiando sopra le nostre teste. Siamo tra Senise e Sant’Arcangelo in mezzo alla creta polverosa e arsa dei calanchi. Percorriamo una stradina che a destra della provinciale scende giù fino all’invaso di Monte Cotugno. Hanno una scorza dura e argentea i calanchi, come la pelle squamosa e rinsecchita di un serpente. Qui la vegetazione è al limite della sopravvivenza. Qualche fiore sparuto, un cespuglio di bacche rosse e cardi enormi ovunque. Sul bordo dell’asfalto si diramano radici scoperte e rami polverosi di piante rampicanti. Mentre scendiamo ci sono rifiuti sparpagliati lungo le cunette e a tratti terribili olezzi di materiale in decomposizione. Degrado e abbandono. E queste cose vanno dette. Proseguiamo tra rabbia e rassegnazione. Tra bruttezza e fascino poetico. In mezzo alle “sculture mammellari” dei calanchi, tra queste rughe del silenzio e della memoria antica.

Ott. 2014

Puntuale, come un vecchio amante

falcoQuesta è una delle cose belle che attraversano le nostre giornate e la nostra quotidianità. Ne feci la scoperta dopo un paio d’anni che abitavamo qui.
Un falco pellegrino si aggirava ogni giorno alla stessa ora, nel lembo di cielo sopra casa nostra. Dalle 13,00 alle 13,30 lo vedevamo risalire dal fondo della valle e con larghi volteggi raggiungere le prime abitazioni del paese. A una ventina di metri sopra il nostro tetto. Puntuale, come un vecchio amante. Due, tre giri larghi, poi di nuovo giù, verso il basso. Lento, lentissimo, immobilile nell’aria. Le ali spiegate senza gravità di storia e di memoria.
Lo osserviamo con aria trasognata dal terrazzino. Cattura tutta la nostra attenzione. Man mano che plana verso il basso, con giri completi e circolari, si fa sempre più piccolo, impercettibile, intermittente. L’orizzonte è vasto, immobile adesso. Colmo di magia e di mistero. Restiamo così, a scrutare il fondo della valle. Con insistenza, mentre scompare lungo il solco del Sinni tra le case sparse, gli alberi, la macchia ancora verde. Come in una fiaba bella, ripetuta tante volte e poi saputa a mente.

Ott. 2014

Tutti i loro volti di fronte

Uno studente non sa quanta gioia o quanto dispiacere può dare a un insegnante. E’ la terza ora e ho i loro volti tutti di fronte, mentre svolgono una prova di inizio quadrimestre. Tra i loro nomi, ci sono quelli del presente e quelli del passato. Alcuni scrivono, altri chiedono, altri confabulano tra loro, altri ancora se ne stanno col naso all’insù o con lo sguardo oltre la finestra, anche quando piove. Un insegnante vede tutto, osserva tutto. La cattedra non ha più potere (non è più niente oggi) ma è un osservatorio privilegiato. E un insegnante sa che ci sono quelli che a quattordici anni sono già centrati su se stessi e quelli si lasciano fluttuare scomposti dall’accadere delle cose. Apatici a tutto. Disorientati e confusi. Eppure sono questi che vorresti tirar fuori dal loro mondo trasognato, magico o tormentato, trascinarli dentro le cose, con la stessa passione che ci mettono in una partita di calcio o quando si truccano per uscire con le amiche. Dal fondo dell’aula Marcello alza la mano e risponde a quattro domande in fila. Dicono che sia un po’ bullo e che snervi gli insegnanti. A scuola ci sono infinite categorie di studenti. Ma a questo giro Marcello risponde e basta. Partecipa. E questo per adesso mi piace, mi dà gioia.

Sett. 2014

Sulle tracce dei versi e della storia

La Valle del Sele è una terra dell’appartenenza, che tanto somiglia alla mia. La percorro da Contursi fino a Caposele, sulle tracce dei versi, della storia e dell’incontro. A Senerchia la nostra performance collettiva. I sorrisi, le strette di mano, il tempo che lascia tempo a un nuovo incontro. Proseguo lungo la fondovalle fino alle sorgenti del Sele e ai luoghi di San Gerardo. Natura incontaminata, acqua e fede, volti e luoghi della vicinanza, dove i versi talvolta si spezzano di fronte alle crepe nascoste del terremoto dell’80.
E’ la prima volta che mi spingo così dentro il cuore dell’Irpina. Qui non sempre il tempo della ricostruzione restituisce compostezza e armonia a ciò che è stato, ma qui riconosco il padre e il figlio, la lotta e il sacrificio, l’umiltà e la fierezza antica. Il bene collettivo. Perchè l’occhio vede sempre ciò che sa e ciò che può vedere.

(Dicembre 2009)

Quei libri che mi hanno salvato la vita

Lettura, vizio precoce: da ragazzo raccattavo i giornali unti di pesce che trovavo per strada, li facevo asciugare, li leggevo di notte (G. Bufalino)

La mia educazione sentimentale, così come il mio ancoraggio alla realtà è passato soprattutto attraverso i libri. Ho cominciato le mie letture (più o meno adulte) all’età di dieci anni, in un terreno di totale indipendenza e anarchia rispetto all’età e alle proposte (quasi inesistenti) che venivano dalla scuola. I titoli li sceglievo da una rivista gratuita che ricevevo in abbonamento trimestrale per posta. Pochi fogli spillati, copertine a colori e una trama smilza, breve di tre righe. Ma bastava quello. Sui soldi degli acquisti baravo. Sono state le uniche bugie che ho detto, ma è servito a salvarmi la vita.

I libri che acquistavo erano a volte buoni, a volte meno, ma questi sono errori di gioventù privi di pericolo e che non fanno male. Accanto alla passione per le storie è venuta poi quella per la poesia e la letteratura. Mia madre non ha mai compreso pienamente cosa vi cercassi dentro con tanto affanno e ardore, così come i lunghi pomeriggi spesi a leggere in un angolo delle scale sotto il lucernario. Non le ho mai detto che sopperivano alle inadeguatezze della vita. Ed è stato un bene. Le accettazioni e i compromessi arrivano dopo. Quando si è giovani si ha impazienza di espandersi e di identificarsi con qualcuno che ci lascia liberi di emozionarci e di sognare anche. E i personaggi delle mie storie, padri, madri, amici, figli, amanti (demoni o santi che fossero), erano così. Spiriti liberi, emancipati e creativi. Con loro mi addormentavo e mi svegliavo al mattino, dopo aver attraversato notti avventurose e insonni, in cui mi improvvisavo anch’io protagonista, eroina ribelle, incantatrice o strega.

Adesso so che è un’abitudine anche questa. Un vizio come gli altri. La mia occasione di stare al mondo.

(5 novembre 2009)

Sulla solitudine

La solitudine è la patria delle anime grandi
(Anonimo)

Ecco, riflettevo sulle solitudini e su quanto in questo nostro tempo appaiono inadeguate, inaccettabili e incomprensibili da condividere, di fronte a un modello sociale di estrema efficienza che ci vorrebbe sempre partecipi, allegri, positivi.
Oggi essere dei solitari genera spesso sentimenti ambigui negli altri, di incomprensione e non accettazione, ma un sistema che non lascia spazio sul piano emotivo e psicologico è un sistema malato, da cui bisogna dissentire e che bisogna avere il coraggio di combattere, se necessario.
Se la solitudine è uno stato d’animo che nasce talvolta dal sentirsi interiormente isolati o emarginati, è altrettanto vero che la solitudine rappresenta la condizione necessaria e indispensabile per affrontare il proprio viaggio interiore, come fonte di esperienza costruttiva e creativa.
Dissociarsi, dissentire, per proteggere se stessi e la propria interiorità, ecco che cosa mi sento di dire ai giovani e ai meno giovani, che nella vita prima o poi inciampano o inciamperanno nel qualunquismo, nei preconcetti e nel giudizio frettoloso di questa nostra società sempre più “globale”.

Il primo grande disagio l’uomo lo prova al momento della nascita, quando passa dall’acqua all’aria. Il secondo quando si rende conto che il suo destino è morire. Alcuni, poi, ne vivono un terzo: il disagio dell’isolamento.
(Fabrizio De Andrè)

Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di la’ di ogni salutare disciplina, sii delicato con te stesso.
(Paul Eluard)

(28 gennaio 2008)

L’incontro tra Bruno Clersica e Leonardo Sinisgalli

bruno chersicla

Bruno Chersicla (Trieste, 10 ottobre 1937 – Trieste, 3 maggio 2013) è stato un artista, pittore e scultore italiano.

Ad un anno dalla scomparsa dell’amico e pittore Bruno Chersicla, voglio dedicargli questo spazio, per ricordarlo con uno scritto che mi inviò nel 2007 e che racconta come avvenne il suo incontro con il nostro poeta lucano Leonardo Sinisgalli.

Cara Maria Pina,

Leonardo Sinisgalli mi dedicò, nell’arco degli anni, tre testi che conservo come reliquie e rimangono quanto di più bello un artista possa sognare di avere in vita.
Conobbi il poeta nel 1962. Aveva una bellissima casa a Lignano, una villa immersa tra larici e pini, inserita nel “labirinto”, il capolavoro di D’Olivo maestro dell’architettura organica. Da molti anni d’estate nella sua casa si incontravano scrittori, artisti ed amici ed è proprio nell’estate di quell’anno che presentai in una galleria la mia seconda mostra personale con opere del mio primo periodo informale. Ed ecco che accadde il fatto sensazionale: pochi giorni dopo l’inaugurazione la gallerista mi telefonò informandomi con entusiasmo che Leonardo Sinisgalli era passato di là e aveva acquistato l’intera mostra, dico tutta! Nella mia città, Trieste, non avevo ancora trovato un solo collezionista disposto a rischiare un acquisto…
Sinisgalli stesso raccontò poi quel fatto con queste parole: “il più geniale epigono dell’informel è un ragazzo di Trieste, Chersicla. Le sue opere più preziose hanno il formato di una mattonella. Sono pezzi vividi ridenti. Polveri, paste, impiastri di un Oriente che comincia a Porto Corsini e attraversa Aquileia… e tante altre meraviglie”.
Iniziò da quel giorno un’amicizia che durò per tutto il resto della sua vita.

Bruno

Milano 2007

Un saluto all’amico Ro (Rocco Grieco vignettista e caricaturista lucano)

rocco grieco

La notizia della tua scomparsa mi ha  assediato il cuore stanotte. E anche gli uccelli dell’estate gridano smarriti, come se tutto fosse neve intorno.
Nel buio il dolore non si vede, ma lacrima più forte. Le braccia si aggrappano a se stesse e il corpo si fa piccolo in cerca di un riparo.
Adesso taccio e chiudo gli occhi sulla strada dei ricordi, sui disegni e le vignette colorate che tanto mi facevano sorridere, per dirti adagio un ultimo lungo, lungo addio.
Ciao Ro!

Maria Pina