Sui libri

Capita tante volte che mi si chieda a bruciapelo il titolo dei libri che più hanno contato nella mia vita. Trovo sempre difficile rispondere a questa domanda, circoscrivere la mia biblioteca personale in un elenco di dieci titoli. Dico biblioteca personale, ma potrei dire biblioteca affettiva. Perché i libri letti e amati, diventano affetti rari da custodire non solo tra gli scaffali, ma anche nella propria memoria, dove albergano privilegiati, come il sogno di un amore o un amore. Ecco questi sono i titoli che a caso e senza ordine, né classificazione, affiorano in questo momento alla mia memoria, I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, Il dolore di Marguerite Duras, i Pensieri di Giacomo Leopardi, Se questo è un uomo di Primo Levi, Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, La luna e i falò di Cesare Pavese, Una donna di Sibilla Aleramo, Il grado zero della scrittura di Roland Barthes, Il diario di Jane Somers di Doris Lessing, La ballata di Reading di Oscar Wilde e so che forse non saranno esattamente gli stessi tra un mese o tra un anno. Ciò che posso dire è che amo le biografie, la buona narrativa (classica e contemporanea) e certi libri per ragazzi che sono indimenticabili, come L’Albero di Shel Silverstein o Il diavolo nel presepe della scrittrice lucana Gina Labriola.

Sett. 2014

Rughe del silenzio

La luce si è fatta bianca, quasi argentea e alcuni corvi neri si aggirano gracchiando sopra le nostre teste. Siamo tra Senise e Sant’Arcangelo in mezzo alla creta polverosa e arsa dei calanchi. Percorriamo una stradina che a destra della provinciale scende giù fino all’invaso di Monte Cotugno. Hanno una scorza dura e argentea i calanchi, come la pelle squamosa e rinsecchita di un serpente. Qui la vegetazione è al limite della sopravvivenza. Qualche fiore sparuto, un cespuglio di bacche rosse e cardi enormi ovunque. Sul bordo dell’asfalto si diramano radici scoperte e rami polverosi di piante rampicanti. Mentre scendiamo ci sono rifiuti sparpagliati lungo le cunette e a tratti terribili olezzi di materiale in decomposizione. Degrado e abbandono. E queste cose vanno dette. Proseguiamo tra rabbia e rassegnazione. Tra bruttezza e fascino poetico. In mezzo alle “sculture mammellari” dei calanchi, tra queste rughe del silenzio e della memoria antica.

Ott. 2014

Puntuale, come un vecchio amante

falcoQuesta è una delle cose belle che attraversano le nostre giornate e la nostra quotidianità. Ne feci la scoperta dopo un paio d’anni che abitavamo qui.
Un falco pellegrino si aggirava ogni giorno alla stessa ora, nel lembo di cielo sopra casa nostra. Dalle 13,00 alle 13,30 lo vedevamo risalire dal fondo della valle e con larghi volteggi raggiungere le prime abitazioni del paese. A una ventina di metri sopra il nostro tetto. Puntuale, come un vecchio amante. Due, tre giri larghi, poi di nuovo giù, verso il basso. Lento, lentissimo, immobilile nell’aria. Le ali spiegate senza gravità di storia e di memoria.
Lo osserviamo con aria trasognata dal terrazzino. Cattura tutta la nostra attenzione. Man mano che plana verso il basso, con giri completi e circolari, si fa sempre più piccolo, impercettibile, intermittente. L’orizzonte è vasto, immobile adesso. Colmo di magia e di mistero. Restiamo così, a scrutare il fondo della valle. Con insistenza, mentre scompare lungo il solco del Sinni tra le case sparse, gli alberi, la macchia ancora verde. Come in una fiaba bella, ripetuta tante volte e poi saputa a mente.

Ott. 2014

Tutti i loro volti di fronte

Uno studente non sa quanta gioia o quanto dispiacere può dare a un insegnante. E’ la terza ora e ho i loro volti tutti di fronte, mentre svolgono una prova di inizio quadrimestre. Tra i loro nomi, ci sono quelli del presente e quelli del passato. Alcuni scrivono, altri chiedono, altri confabulano tra loro, altri ancora se ne stanno col naso all’insù o con lo sguardo oltre la finestra, anche quando piove. Un insegnante vede tutto, osserva tutto. La cattedra non ha più potere (non è più niente oggi) ma è un osservatorio privilegiato. E un insegnante sa che ci sono quelli che a quattordici anni sono già centrati su se stessi e quelli si lasciano fluttuare scomposti dall’accadere delle cose. Apatici a tutto. Disorientati e confusi. Eppure sono questi che vorresti tirar fuori dal loro mondo trasognato, magico o tormentato, trascinarli dentro le cose, con la stessa passione che ci mettono in una partita di calcio o quando si truccano per uscire con le amiche. Dal fondo dell’aula Marcello alza la mano e risponde a quattro domande in fila. Dicono che sia un po’ bullo e che snervi gli insegnanti. A scuola ci sono infinite categorie di studenti. Ma a questo giro Marcello risponde e basta. Partecipa. E questo per adesso mi piace, mi dà gioia.

Sett. 2014

Sulle tracce dei versi e della storia

La Valle del Sele è una terra dell’appartenenza, che tanto somiglia alla mia. La percorro da Contursi fino a Caposele, sulle tracce dei versi, della storia e dell’incontro. A Senerchia la nostra performance collettiva. I sorrisi, le strette di mano, il tempo che lascia tempo a un nuovo incontro. Proseguo lungo la fondovalle fino alle sorgenti del Sele e ai luoghi di San Gerardo. Natura incontaminata, acqua e fede, volti e luoghi della vicinanza, dove i versi talvolta si spezzano di fronte alle crepe nascoste del terremoto dell’80.
E’ la prima volta che mi spingo così dentro il cuore dell’Irpina. Qui non sempre il tempo della ricostruzione restituisce compostezza e armonia a ciò che è stato, ma qui riconosco il padre e il figlio, la lotta e il sacrificio, l’umiltà e la fierezza antica. Il bene collettivo. Perchè l’occhio vede sempre ciò che sa e ciò che può vedere.

(Dicembre 2009)

Quei libri che mi hanno salvato la vita

Lettura, vizio precoce: da ragazzo raccattavo i giornali unti di pesce che trovavo per strada, li facevo asciugare, li leggevo di notte (G. Bufalino)

La mia educazione sentimentale, così come il mio ancoraggio alla realtà è passato soprattutto attraverso i libri. Ho cominciato le mie letture (più o meno adulte) all’età di dieci anni, in un terreno di totale indipendenza e anarchia rispetto all’età e alle proposte (quasi inesistenti) che venivano dalla scuola. I titoli li sceglievo da una rivista gratuita che ricevevo in abbonamento trimestrale per posta. Pochi fogli spillati, copertine a colori e una trama smilza, breve di tre righe. Ma bastava quello. Sui soldi degli acquisti baravo. Sono state le uniche bugie che ho detto, ma è servito a salvarmi la vita.

I libri che acquistavo erano a volte buoni, a volte meno, ma questi sono errori di gioventù privi di pericolo e che non fanno male. Accanto alla passione per le storie è venuta poi quella per la poesia e la letteratura. Mia madre non ha mai compreso pienamente cosa vi cercassi dentro con tanto affanno e ardore, così come i lunghi pomeriggi spesi a leggere in un angolo delle scale sotto il lucernario. Non le ho mai detto che sopperivano alle inadeguatezze della vita. Ed è stato un bene. Le accettazioni e i compromessi arrivano dopo. Quando si è giovani si ha impazienza di espandersi e di identificarsi con qualcuno che ci lascia liberi di emozionarci e di sognare anche. E i personaggi delle mie storie, padri, madri, amici, figli, amanti (demoni o santi che fossero), erano così. Spiriti liberi, emancipati e creativi. Con loro mi addormentavo e mi svegliavo al mattino, dopo aver attraversato notti avventurose e insonni, in cui mi improvvisavo anch’io protagonista, eroina ribelle, incantatrice o strega.

Adesso so che è un’abitudine anche questa. Un vizio come gli altri. La mia occasione di stare al mondo.

(5 novembre 2009)

Sulla solitudine

La solitudine è la patria delle anime grandi
(Anonimo)

Ecco, riflettevo sulle solitudini e su quanto in questo nostro tempo appaiono inadeguate, inaccettabili e incomprensibili da condividere, di fronte a un modello sociale di estrema efficienza che ci vorrebbe sempre partecipi, allegri, positivi.
Oggi essere dei solitari genera spesso sentimenti ambigui negli altri, di incomprensione e non accettazione, ma un sistema che non lascia spazio sul piano emotivo e psicologico è un sistema malato, da cui bisogna dissentire e che bisogna avere il coraggio di combattere, se necessario.
Se la solitudine è uno stato d’animo che nasce talvolta dal sentirsi interiormente isolati o emarginati, è altrettanto vero che la solitudine rappresenta la condizione necessaria e indispensabile per affrontare il proprio viaggio interiore, come fonte di esperienza costruttiva e creativa.
Dissociarsi, dissentire, per proteggere se stessi e la propria interiorità, ecco che cosa mi sento di dire ai giovani e ai meno giovani, che nella vita prima o poi inciampano o inciamperanno nel qualunquismo, nei preconcetti e nel giudizio frettoloso di questa nostra società sempre più “globale”.

Il primo grande disagio l’uomo lo prova al momento della nascita, quando passa dall’acqua all’aria. Il secondo quando si rende conto che il suo destino è morire. Alcuni, poi, ne vivono un terzo: il disagio dell’isolamento.
(Fabrizio De Andrè)

Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di la’ di ogni salutare disciplina, sii delicato con te stesso.
(Paul Eluard)

(28 gennaio 2008)

L’incontro tra Bruno Clersica e Leonardo Sinisgalli

bruno chersicla

Bruno Chersicla (Trieste, 10 ottobre 1937 – Trieste, 3 maggio 2013) è stato un artista, pittore e scultore italiano.

Ad un anno dalla scomparsa dell’amico e pittore Bruno Chersicla, voglio dedicargli questo spazio, per ricordarlo con uno scritto che mi inviò nel 2007 e che racconta come avvenne il suo incontro con il nostro poeta lucano Leonardo Sinisgalli.

Cara Maria Pina,

Leonardo Sinisgalli mi dedicò, nell’arco degli anni, tre testi che conservo come reliquie e rimangono quanto di più bello un artista possa sognare di avere in vita.
Conobbi il poeta nel 1962. Aveva una bellissima casa a Lignano, una villa immersa tra larici e pini, inserita nel “labirinto”, il capolavoro di D’Olivo maestro dell’architettura organica. Da molti anni d’estate nella sua casa si incontravano scrittori, artisti ed amici ed è proprio nell’estate di quell’anno che presentai in una galleria la mia seconda mostra personale con opere del mio primo periodo informale. Ed ecco che accadde il fatto sensazionale: pochi giorni dopo l’inaugurazione la gallerista mi telefonò informandomi con entusiasmo che Leonardo Sinisgalli era passato di là e aveva acquistato l’intera mostra, dico tutta! Nella mia città, Trieste, non avevo ancora trovato un solo collezionista disposto a rischiare un acquisto…
Sinisgalli stesso raccontò poi quel fatto con queste parole: “il più geniale epigono dell’informel è un ragazzo di Trieste, Chersicla. Le sue opere più preziose hanno il formato di una mattonella. Sono pezzi vividi ridenti. Polveri, paste, impiastri di un Oriente che comincia a Porto Corsini e attraversa Aquileia… e tante altre meraviglie”.
Iniziò da quel giorno un’amicizia che durò per tutto il resto della sua vita.

Bruno

Milano 2007

Un saluto all’amico Ro (Rocco Grieco vignettista e caricaturista lucano)

rocco grieco

La notizia della tua scomparsa mi ha  assediato il cuore stanotte. E anche gli uccelli dell’estate gridano smarriti, come se tutto fosse neve intorno.
Nel buio il dolore non si vede, ma lacrima più forte. Le braccia si aggrappano a se stesse e il corpo si fa piccolo in cerca di un riparo.
Adesso taccio e chiudo gli occhi sulla strada dei ricordi, sui disegni e le vignette colorate che tanto mi facevano sorridere, per dirti adagio un ultimo lungo lungo addio.
Ciao Ro!

Maria Pina

Sull’esperienza della poesia

La poesia è l’esperienza di una soglia
dello stare nei difficili confini
del chiaro e dello scuro*

Non è in territori conosciuti, né in spazi protetti che nasce l’esperienza della poesia. La parola poetica vive in una zona clandestina e undergraund, in un intermezzo tra un prima e un dopo, assolutamente imprevedibile e inaspettato. E’ quello stadio d’innocenza, che per troppa bellezza o per troppa disperazione, preannuncia uno strappo, una lacerazione improvvisa.
La tessitura del verso è dunque un’esperienza di vita in bilico, estrema e rischiosa, fatta di territori dove albergano demoni e santi, paure primordiali e ignote. E’ quello spazio vasto e ineplorato, dove il corpo resta vivido e nudo, scalzo o in ginocchio sotto pioggia e vento, grandine e sole, in attesa di un accadere, di un miracolo o niente. Su quella soglia il corpo si prepara a morire e non muore.
Ed è lì, nella vastità delle cose (quelle più vicine e quelle più remote), lì dove il linguaggio sembra vagare senza meta, che talvolta germoglia la parola poetica, come un abbraccio affettuoso o una stella danzante, per restituirci un momento presente riscattato e reintegrato, una rivelazione improvvisa. La trama nascosta di ogni dettaglio.
Ciò che una traccia d’inchiostro racconta sulla pagina bianca è testa, sudore e carne insieme. Sopravvivenza e riconquista. Un atto assolutamente libero e puro di ampliamento di noi stessi e del mondo.
Ecco allora che ciò che facciamo lottando in solitudine, sulla soglia, diviene un atto assolutamente pubblico.

*da Il gatto e la falena, Maria Pina Ciancio, Premio Parola di Donna 2007)

Questa riflessione è apparsa su Scrittori & scritture” Viaggio dentro i paesaggi interiori di 26 scrittori italiani” a cura dell’Associazione Culturale LucaniArt, 2012

Nov. 2009

Un ricordo di Assunta Finiguerra, poetessa dialettale dal verso coraggioso e appassionato

2 settembre 2009

Di Assunta mi mancherà la voce e le telefonate (mattutine soprattutto) fitte fitte di condivisione di vita, più che di poesia e di letteratura. La mia neve e la sua neve. Così come le prime belle schiarite di primavera. Perché i nostri paesi, così abbarbicati sui crinali interni dell’Appennino Lucano, avevano in comune l’altitudine e l’esiguo caparbio perdurare della vita. L’affanno e la fatica di difendersi dal freddo e dal vento sferzante che frusta e batte l’anima talvolta, insieme al corpo. “Ha nevicato stanotte!” “Qui abbiamo 20 centimetri di neve e continua a fioccare!” oppure “comincia a cedere il ghiaccio, sai?”, “anche da me le temperature sono salite, ma appena un po’, avrei voglia di uscire e passeggiare lungamente…” mi diceva. E la nostra poesia era dentro il raccontarsi le giornate, la quotidianità talvolta scarna ed essenziale, fatta di piccole cose e di silenzi. Fierezza e tenacia dentro una fragilità d’anime. Resistenza riconosciuta. Bisogno di andare sempre oltre e sorridere di una battuta gergale o di un verso, che Assunta inaspettatamente improvvisava quando il tono si faceva troppo greve e anche la vita a volte. “A volte provo odio-amore per la mia terra, ma nonostante i sentimenti conflittuali di cui parlo, alcuni miei versi non sono altro che un canto d’amore verso di essa: … sope a panze na nzerte de fiure janghe / de quere amata terra putendine …sul ventre un serto di fiori bianchi / della mia amata terra potentina… Sono sicura che tutta la mia poesia nasca da questo terremoto interiore”. E’ uno stralcio dell’intervista sulla poesia, che Assunta mi rilasciò nell’autunno di due anni fa per il magazine LucaniArt. E lo fece per lettera, come una volta, perché non amava il computer, se non per ricopiare i suoi versi. Negli ultimi tempi soprattutto, dalla sua casa di San Fele in provincia di Potenza, comunicava attraverso il filo di un telefono. Di amici ne aveva tanti Assunta. A Roma, a Milano in tutta Italia. Le volevamo bene ovunque, come ad una sorella.

Nelle poesie che mi spedì nell’ottobre del 2007 (edite  in rivista), volle farmi condividere la malattia attraverso l’anima dei versi. Scoprii, leggendole, la terribile ed estenuante lotta che portava avanti contro il cancro. L’abisso interiore e devastante che le lancinava terribilmente il petto “è grande è grande è grande/ l’abisso in cui mi sono ritrovata/ è cisterna di olio per una formica/ la giungla indiana per un merlo cieco”. E ne amai la fatica. La forza interiore (quella che cercavo anch’io come figlia per mia madre).

Assunta l’avevo conosciuta nell’estate di tre anni fa, e dalle letture di alcuni versi (Scurije acquistato presso l’editore LietoColle, ed altre poesie sparse sul web e in rivista) me l’ero figurata, chissà perchè, una donna robusta, dura,  dal carattere caparbio, distaccato e inaccessibile. Quando la incontrai, mi abbagliò una cascata di capelli rossi e ricci che coronavano un volto di donna esile ed energica, emozionale ed allegra. Gesticolava enormemente Assunta, con le mani, il viso, gli occhi. Visitammo insieme una mostra fotografica di Pier Paolo Pasolini, esposta in una sala del Palazzo ‘Giustino Fortunato’ di Rionero in Vulture, poi restammo in giro con amici fino a tardi.  Quella sera comprò degli orecchini ad un banchetto e ci coinvolse tutti nell’acquisto. Amava i monili, quelli artigianali soprattutto. Al braccio portava un braccialetto “porte-bonheur” con tanti piccoli cornetti tintinnanti di colore rosso corallo.

Il giorno successivo, prima della partenza,  passammo a salutarla nella sua casa di San Fele. Ne fu felice; voleva cucinarci gli spaghetti e che restassimo. Visitammo insieme il paese dentro i vicoli, poi ci spostammo in un punto esterno, distante e panoramico. San Fele ci era di fronte, tutto, una cascata di case bianche, con la luce che scorreva a fiotti sui tetti e per le strade.
Da allora ci siamo sentite spesso. Non le piaceva parlare della sua malattia, non le piaceva la retorica, né il pianto o il vittimismo, solo alla poesia –che le fu riparo e dono-  affidava il peso del suo tormento – solitudine (come lei stessa  ebbe a scrivere qualche anno prima in una nota).
Ma a qualche altro si era affidata Assunta: “quanne venghe preparateme nu liétte / nde pozze dorme tranguille e aspette / u juorne d’u giudizzje aunite a vvuje” (Amelia e Anna, Marina e Sylvia/ quando verrò preparatemi un letto / che possa dormire tranquilla e aspetto / il giorno del giudizio insieme a voi).

E a noi piace pensare e sapere che sarà felice così, tra i poeti che amava e quell’angelo di fronte all’albero di casa, a cui  un  tempo chiese custodia e riparo nei suoi versi…

Maria Pina Ciancio

Un ricordo di Vito Riviello, poeta lucano anticonformista ed ironico

19 giugno 2009 – ore 23,50

Certe notizie arrivano con il “passaparola”. Alle 12,00 del mattino l’annuncio della scomparsa del poeta Vito Riviello (Potenza 1933 -Roma 2009) girava tra tutti gli amici e i poeti lucani e non, connessi alla rete. Parole di commiato e di tristezza, l’ultimo abbraccio silenzioso, l’appuntamento al tempietto egizio del Verano per l’estremo saluto. C’è il calore, la partecipazione e la solidarietà di tutta l’intera comunità del web, che si stringe intorno al maestro (lucano) dalla poesia ironica e giocosa, che ci ha lasciati la notte scorsa, all’età di 76 anni. A tarda sera le fonti ufficiali di informazione tacciono! Nessun accenno alla sua scomparsa da parte dei notiziari, delle emittenti locali, della radio… Faccio una riflessione ad alta voce. E mi dico, allora, con rammarico che davvero i poeti non interesano più a nessuno, né da vivi, né da morti! E questa presa d’atto è un’ennesima (triste) constatazione della nostra realtà effimera e distratta!

L’ultimo ricordo che ho di Vito Riviello, risale a sei mesi fa, nella sua cittadina romana di adozione, alla fiera del libro di dicembre. Siamo numerosi presso lo stand della LietoColle, giovani e meno giovani e tra i tanti c’è lui, Vito, che con la casa editrice comasca ha da poco dato alle stampe la sua ultima raccolta poetica “Scala condominiale” (Lietocolle, 2008). Difficile non soffermarsi sul suo sguardo pacatamente attento e curioso, attraversato da un taglio di tenerezza, malinconico e fiero al tempo stesso. Era felice Vito per quella sua festa. Felice di incontrare amici, felice di autografare il suo nuovo libro. La dedica che mi scrisse, con una biro inusuale di colore verde, venne da un pensiero lungo e riflettuto, che nulla aveva di improvvisato o di casuale “A Mapi, alla sua vitale curiosità tra i versi in un mondo dove il sogno va conosciuto prima d’ogni altro limite. Con l’amicizia di Vito (Roma 7-12-2008)” e faceva seguito il numero di telefono di casa “perché più sicuro -diceva- perché i cellulari si perdono, i numeri si cambiano e non ci si ritrova più”. E mi pregava di chiamarlo, di andarlo a trovare nella sua abitazione romana, che’ aveva voglia di parlarmi, di condividere meglio il mio libretto “La ragazza con la valigia” di cui avevamo letto insieme qualche verso. C’era nel suo sguardo l’affetto e il senno (sapiente e sconfinato) di un padre. Quando a fine serata ci salutammo, mi ripetè ancora “Mi telefoni, allora!”. E non telefonai, per mio pudore, per timore d’invadenza (come sempre). Ecco, lo dico con rammarico adesso. E lo scrivo perché sappia.

I libri che mi sono più cari, vivono con me un totale rapporto di vicinanza, abititano insomma uno spazio aperto e “anarchico” fuori dagli scaffali e dalle librerie! Sul mio comodino ci sono -da sempre- due libri di Vito, entrambi in prosa , uno più in alto, l’altro in fondo alla pila (tutt’ora di circa 30 volumetti!). Faccio di mestiere l’insegnante e ho trovato illuminante e straordinario il romanzo breve “E arrivò il giorno della prassi” (Ed. Empiria, 1999), uno spaccato ironico e grottesco della realtà scolastica degli anni settanta, a metà strada tra autobiografismo e testimonianza, che tutt’oggi (lo confermo!) trovo di una modernità e di un’attualità disarmante. Ne ho scritto anni fa in una piccola nota su lucaniart* e la segnalazione si accompagnava a un bellissimo schizzo di Vito, realizzato per l’occasione, dall’amico vignettista Rocco Grieco. L’altro piccolo gioiellino, che troneggia da sempre (potrei dire) sul mio comodino, ha il bellissimo titolo di “La neve all’occhiello” con un etereo disegno di copertina di Luca Celano. E’ un “casalingo”, uscito nel 1986 per una casa editrice locale, con un taglio narrativo, antropologico e di reportage tutto lucano. Il segnalibro lo divide in due sul racconto ‘La neve’ (dove ho ritrovato a matita qualche vecchio appunto a margine). Ecco, stasera lo rileggo di nuovo e nonostante siamo in pieno giugno e fa caldo, la sento quasi venir giù quella neve potentina “dalla bianchezza allegra” che faceva del capoluogo lucano “il fiore all’occhiello”, la carta d’identità che spesso stupiva e sorprendeva “i forestieri” (li chiamava così i turisti Vito, non solo nei versi, anche nelle interviste) . Erano i tempi (gli anni 70-80) e i giorni belli (delle nevicate) in cui “il pensiero prendeva le ali e diventava leggero come un fiocco confondendosi con quel ritmo senza suono delle nevicate”.

Ecco, noi ti ricorderemo per questo e per tant’altro ancora.
Grazie e buon viaggio Vito…

Maria Pina Ciancio