Itinerari, Lungo il Sinni

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Vecchi libri…
Maria Pina Ciancio, Itinerari, CARM (Centro Arte e Ricerche Meridionali), Cosenza 2002

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Assolo per mia madre. Una corrispondenza d’amorosi sensi

(Una recensione di Teresa Armenti) assolo per mia madre, maria pina ciancio

Alla poesia di Maria Pina Ciancio bisogna avvicinarsi in punta di piedi, accarezzare delicatamente la copertina, accostare l’orecchio agli spazi vuoti delle pagine e porsi in ascolto. Allora, cullati da un melanconico sottofondo musicale, ci si trova immersi nel paesaggio lucano, tra il profumo dell’erba spettinata dal vento nell’aria concava di luce e i campi di grano. Dalla “terra di luce ed ombra, infeconda e fertile” la parola prende forma tra singulti, sospiri e briciole di vita.
Si staglia, netta, la figura della madre, con la sua gonna larga, lo sguardo increspato, i capelli raccolti in un velo di lacca e la fronte aperta al sole, mentre aiuta la figlia, mano nella mano, a guadare il fiume e a percorrere sentieri irti. E alla madre, salita al cielo il 4 gennaio 2012 all’età di 72 anni, è dedicata l’intera raccolta di versi misti a prosa, fatta di sguardi fugaci, di silenzi, di sorrisi, di soste e di riprese. Il ritmo cambia tono quando i ricordi dell’infanzia cedono il passo alla grammatica dolorosa della sofferenza. Subentra la paura, il disorientamento, la lotta contro il male, che sembra debellato, ma dopo anni si ripresenta, esplodendo in tutta la sua crudezza, senza via di scampo. Ai luminosi orizzonti si contrappone un buio fermo tra le bianche pareti di impotenza, mentre il tempo non passa mai. I versi diventano preghiera, invocazione, attesa. E si spera fino all’ultimo.
Il pianto dell’anima irrora le pagine e contagia anche il lettore, ma viene subito asciugato dallo spettacolo dei gerani fioriti in giardino senza preavviso. La “corrispondenza d’amorosi sensi” del Foscolo si avverte in modo tangibile. La presenza invisibile della madre accompagna la figlia di giorno, di notte e quando attraversa la valle del Sinni, che “brucia spalancata a mani aperte” dentro “una ferita di ghiaccio”.
Il florilegio della Ciancio, pubblicato nel mese di settembre 2014, in 199 esemplari di carta pregiata numerati a mano, dall’Arca Fenice di Salerno, con grafiche di Giuseppe Pedota, suscita profonde ed intense emozioni, sviluppando una forte empatia; è “evocativo e vocativo”, come ha sottolineato Lucio Zinna nella prefazione; da assolo si trasforma in dialogo, che cerca un amoroso contatto con l’assenza, come ha evidenziato Mario Fresa nella sua testimonianza critica.
È la nenia che la figlia sussurra con tenerezza alla madre, mentre varca la soglia.

Teresa Armenti

Fonte: La Siritide

Assolo per mia madre. Una raccolta intima, dialogante e sconfinata

(Una recensione di Vincenzo D’Alessio)

Accarezzare le pagine dell’ultima raccolta di poesie “ Assolo per mia madre ” della poetessa lucana Maria Pina Ciancio mette il lettore in comunione con la sonorità della grafia impressa sulla copertina e sulla quarta di copertina del volume: la calligrafia è l’emersione del carattere, degli anni trascorsi, la bellezza e il dolore dell’anima che attinge nell’infanzia. Il mio il nostro è l’entrare con discrezione tra le pagine di un diario familiare , di un dialogo silenzioso tra donne, natura, paesaggi fisici e mentali con la poetica e l’ispirazione dell’Autrice.
Nei versi il fonema ricorrente è “silenzi / silenzio” proprio della comunione tra il pensare e la mano che esegue. Lo spazio energetico che collega l’esecuzione è fatto di silenzio. Soltanto dopo, la voce / le voci, riprendono quei segni di un alfabeto che formano le parole e le rendono sonore.
L’alfabeto musicale si serve delle figure scritte sul pentagramma che misurano la quantità e la qualità del tempo della composizione che gli strumenti, per prima la voce umana, trasformano in suoni. Continua a leggere

Assolo per mia madre. L’amore incondizionato e l’irripetibilità degli affetti

(Una recensione di Teresa Anna Biccai al mio ultimo libro)

Se dovessi spiegare a un fanciullo la bellezza e l’impegno dell’amore incondizionato, la raccolta “Assolo per mia madre” dell’autrice Maria Pina Ciancio (Edizioni L’Arca Felice, 2014), coinciderebbe pienamente con l’importante necessità di dovermi appellare alla poesia in ogni sua forma.
“In mezzo al grano l’alba nasceva/ sui passi silenziosi di mia madre” (pag. 9).
La sua è una poesia completa che nutre l’anima. Un canto profondo che si concede senza insicurezze e che non lascia spazio a ostentazioni. Conforto e arricchimento, ed esempio di rara sensibilità epocale.
“Tutta la valle stanotte/ è dentro una ferita di ghiaccio/ che brucia spalancata/ a mani aperte” (pag.25)
Una poesia che avvalora senza consuetudini la purezza del quotidiano, rendendolo esigenza universale e fondamento di quella memoria interiore, che ci rende tutti figli senza tempo.
“Avvicina una mano e lo sguardo e cercami ancora bambina/ solo un istante solo una volta/ per l’ultima volta” (pag.36); “Vorrei abbracciarti adesso, invece corro/fortefortissimo tra lenzuola d’aria/ e grumi di pensieri ancora acerbi” (pag. 40). Continua a leggere

La motivazione del Premio Internazionale della Migrazione ‘ Attraverso l’Italia 2014 ‘

«Il senso di spaesamento e di precarietà che deriva dall’opera di Maria Pina Ciancio dà vita a una poesia che reclama la sua sofferta appartenenza alla terra d’origine, la Basilicata. Perché sofferta? Perché tale senso di appartenenza deve fare i conti con l’esperienza della nuova realtà nella quale l’autrice vive. Questa realtà individuale reagisce (e ciò si percepisce continuamente nei versi della Ciancio) con uno spirito collettivo ad essa complementare. La reazione che ne deriva rivela un’estetica legata a doppia mandata con la ricerca quotidiana e paziente operata consapevolmente in seno al mondo circostante. Da tutto ciò la poetessa intende desumere un’idea residuale (che costituisce il nucleo vero e proprio dei suoi versi) che sia trasmissibile attraverso gli affetti, i valori riconosciuti della comunità cui appartiene e la sua stessa esperienza. È a questo insieme di fattori che la Ciancio accosta la figura e l’idea di poesia di Rocco Scotellaro in modo che risulti ancor più evidente la correlazione tra il suo piano identitario e la strenua volontà di resistere ad esso».

Motivazione per “Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro”, Maria Pina Ciancio (Fara Editore 2009), libro vincitore del I° premio per la sezione opere edite (II Edizione, 2014)

Il comunicato stampa della serata: COMUNICATO STAMPA

“Storie minime” vince il Concorso Internazionale di Poesia della Migrazione “Attraverso l’Italia 2014“

storie minime

La giuria del Concorso Internazionale di Poesia della Migrazione denominato “Attraverso l’Italia” ha assegnato il Primo Premio per la sezione Opere edite alle “Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro”  (Rimini, Fara, 2009).

Il comunicato stampa con i risultati del concorso qui: comunicato stampa definitivo

Puntuale, come un vecchio amante

falcoQuesta è una delle cose belle che attraversano le nostre giornate e la nostra quotidianità. Ne feci la scoperta dopo un paio d’anni che abitavamo qui.
Un falco pellegrino si aggirava ogni giorno alla stessa ora, nel lembo di cielo sopra casa nostra. Dalle 13,00 alle 13,30 lo vedevamo risalire dal fondo della valle e con larghi volteggi raggiungere le prime abitazioni del paese. A una ventina di metri sopra il nostro tetto. Puntuale, come un vecchio amante. Due, tre giri larghi, poi di nuovo giù, verso il basso. Lento, lentissimo, immobilile nell’aria. Le ali spiegate senza gravità di storia e di memoria.
Lo osserviamo con aria trasognata dal terrazzino. Cattura tutta la nostra attenzione. Man mano che plana verso il basso, con giri completi e circolari, si fa sempre più piccolo, impercettibile, intermittente. L’orizzonte è vasto, immobile adesso. Colmo di magia e di mistero. Restiamo così, a scrutare il fondo della valle. Con insistenza, mentre scompare lungo il solco del Sinni tra le case sparse, gli alberi, la macchia ancora verde. Come in una fiaba bella, ripetuta tante volte e poi saputa a mente.

Ott. 2014

L’incontro tra Bruno Clersica e Leonardo Sinisgalli

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Bruno Chersicla (Trieste, 10 ottobre 1937 – Trieste, 3 maggio 2013) è stato un artista, pittore e scultore italiano.

Ad un anno dalla scomparsa dell’amico e pittore Bruno Chersicla, voglio dedicargli questo spazio, per ricordarlo con uno scritto che mi inviò nel 2007 e che racconta come avvenne il suo incontro con il nostro poeta lucano Leonardo Sinisgalli.

Cara Maria Pina,

Leonardo Sinisgalli mi dedicò, nell’arco degli anni, tre testi che conservo come reliquie e rimangono quanto di più bello un artista possa sognare di avere in vita.
Conobbi il poeta nel 1962. Aveva una bellissima casa a Lignano, una villa immersa tra larici e pini, inserita nel “labirinto”, il capolavoro di D’Olivo maestro dell’architettura organica. Da molti anni d’estate nella sua casa si incontravano scrittori, artisti ed amici ed è proprio nell’estate di quell’anno che presentai in una galleria la mia seconda mostra personale con opere del mio primo periodo informale. Ed ecco che accadde il fatto sensazionale: pochi giorni dopo l’inaugurazione la gallerista mi telefonò informandomi con entusiasmo che Leonardo Sinisgalli era passato di là e aveva acquistato l’intera mostra, dico tutta! Nella mia città, Trieste, non avevo ancora trovato un solo collezionista disposto a rischiare un acquisto…
Sinisgalli stesso raccontò poi quel fatto con queste parole: “il più geniale epigono dell’informel è un ragazzo di Trieste, Chersicla. Le sue opere più preziose hanno il formato di una mattonella. Sono pezzi vividi ridenti. Polveri, paste, impiastri di un Oriente che comincia a Porto Corsini e attraversa Aquileia… e tante altre meraviglie”.
Iniziò da quel giorno un’amicizia che durò per tutto il resto della sua vita.

Bruno

Milano 2007

Riflessioni sulle “Storie minime” di G. Pugliese

13 settembre 2008

Carissima Maria Pina,

con piacere ho letto il tuo libro e con maggiore gratitudine  ti scrivo per qualche riflessione schietta, sincera e sentita sulle tue Storie minime. Ti partecipo subito la mia approvazione per la poesia a Rocco Scoltellaro, il quale tanto si è battuto per la nostra “Terra” e grande è il mio apprezzamento per la sua opera essendo io un Agronomo e quindi ho il motivo e il mordente di seguire un po’ le vicissitudini che l’agricoltura è costretta a subire.

A parte questo mio breve commento su Scotellaro, ti vorrei subito partecipare il mio forte apprezzamento per le tue Storie “MASSIME” in quanto denunciano con responsabilità tutto quello che purtroppo nella nostra regione non va.

Penso che questo lo dobbiamo fare un po’ tutti per ritrovare l’ “alba”  che aspettiamo da tempo. Io ti ho conosciuto di persona. E la forte sensibilità che hai dimostrato nel tuo lavoro, l’ho ritrovata passo passo nel tuo libro, dove con schiettezza e in alcuni casi con versi duri e sensibili hai denunciato le cose così come stanno, senza se e senza ma.

Un altro insegnamento importante che secondo me hai dato a noi lettori è che non bisogna arrendersi, ma bisogna lottare e andare avanti, così come d’altronde ci ha insegnato la letteratura di Rocco Scoltellaro.

Leggendo il tuo libro, veramente ho fatto una riflessione sul tessuto economico e sociale della nostra regione. E quello che più mi viene spontaneo dirti è che in questa regione ci sentiamo un po’ tutti arrivati forse senza essere mai partiti.

In questa regione abbiamo bisogno ancora di crescere molto. Ma soprattutto dal punto di vista culturale. Perché nella battaglia di Rocco Scotellaro c’era anche un riscatto di ordine sociale ed economico, ma il tutto doveva avvenire in un contesto di cambiamento culturale.

Solo così ci potrà essere per la Basilicata un viaggio di ritorno e non di sola “andata”.

(…)

Con sincera amicizia e stima

Giuseppe Pugliese

Un ricordo di Assunta Finiguerra, poetessa dialettale dal verso coraggioso e appassionato

2 settembre 2009

Di Assunta mi mancherà la voce e le telefonate (mattutine soprattutto) fitte fitte di condivisione di vita, più che di poesia e di letteratura. La mia neve e la sua neve. Così come le prime belle schiarite di primavera. Perché i nostri paesi, così abbarbicati sui crinali interni dell’Appennino Lucano, avevano in comune l’altitudine e l’esiguo caparbio perdurare della vita. L’affanno e la fatica di difendersi dal freddo e dal vento sferzante che frusta e batte l’anima talvolta, insieme al corpo. “Ha nevicato stanotte!” “Qui abbiamo 20 centimetri di neve e continua a fioccare!” oppure “comincia a cedere il ghiaccio, sai?”, “anche da me le temperature sono salite, ma appena un po’, avrei voglia di uscire e passeggiare lungamente…” mi diceva. E la nostra poesia era dentro il raccontarsi le giornate, la quotidianità talvolta scarna ed essenziale, fatta di piccole cose e di silenzi. Fierezza e tenacia dentro una fragilità d’anime. Resistenza riconosciuta. Bisogno di andare sempre oltre e sorridere di una battuta gergale o di un verso, che Assunta inaspettatamente improvvisava quando il tono si faceva troppo greve e anche la vita a volte. “A volte provo odio-amore per la mia terra, ma nonostante i sentimenti conflittuali di cui parlo, alcuni miei versi non sono altro che un canto d’amore verso di essa: … sope a panze na nzerte de fiure janghe / de quere amata terra putendine …sul ventre un serto di fiori bianchi / della mia amata terra potentina… Sono sicura che tutta la mia poesia nasca da questo terremoto interiore”. E’ uno stralcio dell’intervista sulla poesia, che Assunta mi rilasciò nell’autunno di due anni fa per il magazine LucaniArt. E lo fece per lettera, come una volta, perché non amava il computer, se non per ricopiare i suoi versi. Negli ultimi tempi soprattutto, dalla sua casa di San Fele in provincia di Potenza, comunicava attraverso il filo di un telefono. Di amici ne aveva tanti Assunta. A Roma, a Milano in tutta Italia. Le volevamo bene ovunque, come ad una sorella.

Nelle poesie che mi spedì nell’ottobre del 2007 (edite  in rivista), volle farmi condividere la malattia attraverso l’anima dei versi. Scoprii, leggendole, la terribile ed estenuante lotta che portava avanti contro il cancro. L’abisso interiore e devastante che le lancinava terribilmente il petto “è grande è grande è grande/ l’abisso in cui mi sono ritrovata/ è cisterna di olio per una formica/ la giungla indiana per un merlo cieco”. E ne amai la fatica. La forza interiore (quella che cercavo anch’io come figlia per mia madre).

Assunta l’avevo conosciuta nell’estate di tre anni fa, e dalle letture di alcuni versi (Scurije acquistato presso l’editore LietoColle, ed altre poesie sparse sul web e in rivista) me l’ero figurata, chissà perchè, una donna robusta, dura,  dal carattere caparbio, distaccato e inaccessibile. Quando la incontrai, mi abbagliò una cascata di capelli rossi e ricci che coronavano un volto di donna esile ed energica, emozionale ed allegra. Gesticolava enormemente Assunta, con le mani, il viso, gli occhi. Visitammo insieme una mostra fotografica di Pier Paolo Pasolini, esposta in una sala del Palazzo ‘Giustino Fortunato’ di Rionero in Vulture, poi restammo in giro con amici fino a tardi.  Quella sera comprò degli orecchini ad un banchetto e ci coinvolse tutti nell’acquisto. Amava i monili, quelli artigianali soprattutto. Al braccio portava un braccialetto “porte-bonheur” con tanti piccoli cornetti tintinnanti di colore rosso corallo.

Il giorno successivo, prima della partenza,  passammo a salutarla nella sua casa di San Fele. Ne fu felice; voleva cucinarci gli spaghetti e che restassimo. Visitammo insieme il paese dentro i vicoli, poi ci spostammo in un punto esterno, distante e panoramico. San Fele ci era di fronte, tutto, una cascata di case bianche, con la luce che scorreva a fiotti sui tetti e per le strade.
Da allora ci siamo sentite spesso. Non le piaceva parlare della sua malattia, non le piaceva la retorica, né il pianto o il vittimismo, solo alla poesia –che le fu riparo e dono-  affidava il peso del suo tormento – solitudine (come lei stessa  ebbe a scrivere qualche anno prima in una nota).
Ma a qualche altro si era affidata Assunta: “quanne venghe preparateme nu liétte / nde pozze dorme tranguille e aspette / u juorne d’u giudizzje aunite a vvuje” (Amelia e Anna, Marina e Sylvia/ quando verrò preparatemi un letto / che possa dormire tranquilla e aspetto / il giorno del giudizio insieme a voi).

E a noi piace pensare e sapere che sarà felice così, tra i poeti che amava e quell’angelo di fronte all’albero di casa, a cui  un  tempo chiese custodia e riparo nei suoi versi…

Maria Pina Ciancio

D. Cipriano sulle “Storie minime”

Su La Nuova del Sud di ieri,  sabato 25 luglio 2009 (p.22),  è apparso un articolo-recensione di D. Cipriano alla silloge  “Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro” dal titolo «I dialoghi dell’appartenenza lucana».

la nuova del sud, 25 luglio 2009

(clicca sull’immagine per ingrandire)

Un ricordo di Vito Riviello, poeta lucano anticonformista ed ironico

19 giugno 2009 – ore 23,50

Certe notizie arrivano con il “passaparola”. Alle 12,00 del mattino l’annuncio della scomparsa del poeta Vito Riviello (Potenza 1933 -Roma 2009) girava tra tutti gli amici e i poeti lucani e non, connessi alla rete. Parole di commiato e di tristezza, l’ultimo abbraccio silenzioso, l’appuntamento al tempietto egizio del Verano per l’estremo saluto. C’è il calore, la partecipazione e la solidarietà di tutta l’intera comunità del web, che si stringe intorno al maestro (lucano) dalla poesia ironica e giocosa, che ci ha lasciati la notte scorsa, all’età di 76 anni. A tarda sera le fonti ufficiali di informazione tacciono! Nessun accenno alla sua scomparsa da parte dei notiziari, delle emittenti locali, della radio… Faccio una riflessione ad alta voce. E mi dico, allora, con rammarico che davvero i poeti non interesano più a nessuno, né da vivi, né da morti! E questa presa d’atto è un’ennesima (triste) constatazione della nostra realtà effimera e distratta!

L’ultimo ricordo che ho di Vito Riviello, risale a sei mesi fa, nella sua cittadina romana di adozione, alla fiera del libro di dicembre. Siamo numerosi presso lo stand della LietoColle, giovani e meno giovani e tra i tanti c’è lui, Vito, che con la casa editrice comasca ha da poco dato alle stampe la sua ultima raccolta poetica “Scala condominiale” (Lietocolle, 2008). Difficile non soffermarsi sul suo sguardo pacatamente attento e curioso, attraversato da un taglio di tenerezza, malinconico e fiero al tempo stesso. Era felice Vito per quella sua festa. Felice di incontrare amici, felice di autografare il suo nuovo libro. La dedica che mi scrisse, con una biro inusuale di colore verde, venne da un pensiero lungo e riflettuto, che nulla aveva di improvvisato o di casuale “A Mapi, alla sua vitale curiosità tra i versi in un mondo dove il sogno va conosciuto prima d’ogni altro limite. Con l’amicizia di Vito (Roma 7-12-2008)” e faceva seguito il numero di telefono di casa “perché più sicuro -diceva- perché i cellulari si perdono, i numeri si cambiano e non ci si ritrova più”. E mi pregava di chiamarlo, di andarlo a trovare nella sua abitazione romana, che’ aveva voglia di parlarmi, di condividere meglio il mio libretto “La ragazza con la valigia” di cui avevamo letto insieme qualche verso. C’era nel suo sguardo l’affetto e il senno (sapiente e sconfinato) di un padre. Quando a fine serata ci salutammo, mi ripetè ancora “Mi telefoni, allora!”. E non telefonai, per mio pudore, per timore d’invadenza (come sempre). Ecco, lo dico con rammarico adesso. E lo scrivo perché sappia.

I libri che mi sono più cari, vivono con me un totale rapporto di vicinanza, abititano insomma uno spazio aperto e “anarchico” fuori dagli scaffali e dalle librerie! Sul mio comodino ci sono -da sempre- due libri di Vito, entrambi in prosa , uno più in alto, l’altro in fondo alla pila (tutt’ora di circa 30 volumetti!). Faccio di mestiere l’insegnante e ho trovato illuminante e straordinario il romanzo breve “E arrivò il giorno della prassi” (Ed. Empiria, 1999), uno spaccato ironico e grottesco della realtà scolastica degli anni settanta, a metà strada tra autobiografismo e testimonianza, che tutt’oggi (lo confermo!) trovo di una modernità e di un’attualità disarmante. Ne ho scritto anni fa in una piccola nota su lucaniart* e la segnalazione si accompagnava a un bellissimo schizzo di Vito, realizzato per l’occasione, dall’amico vignettista Rocco Grieco. L’altro piccolo gioiellino, che troneggia da sempre (potrei dire) sul mio comodino, ha il bellissimo titolo di “La neve all’occhiello” con un etereo disegno di copertina di Luca Celano. E’ un “casalingo”, uscito nel 1986 per una casa editrice locale, con un taglio narrativo, antropologico e di reportage tutto lucano. Il segnalibro lo divide in due sul racconto ‘La neve’ (dove ho ritrovato a matita qualche vecchio appunto a margine). Ecco, stasera lo rileggo di nuovo e nonostante siamo in pieno giugno e fa caldo, la sento quasi venir giù quella neve potentina “dalla bianchezza allegra” che faceva del capoluogo lucano “il fiore all’occhiello”, la carta d’identità che spesso stupiva e sorprendeva “i forestieri” (li chiamava così i turisti Vito, non solo nei versi, anche nelle interviste) . Erano i tempi (gli anni 70-80) e i giorni belli (delle nevicate) in cui “il pensiero prendeva le ali e diventava leggero come un fiocco confondendosi con quel ritmo senza suono delle nevicate”.

Ecco, noi ti ricorderemo per questo e per tant’altro ancora.
Grazie e buon viaggio Vito…

Maria Pina Ciancio

D’Alessio su “Il gatto e la falena”

da FARA NEWS
mensile di informazione culturale
n. 91 – luglio 2007

Editoriale: La poesia come cura (oltre il sé verso il mondo e oltre)

Questo numero si apre con un lungo e stimolante saggio di Viviana Scarinci che ci parla della Nascita del poeta a partire dal mito di Orfeo (ovvero, secondo un’etimologia a base fenicia, Colui che guarisce con la luce). Abbiamo poi inediti veramente interessanti di Claudio Pagelli (“siamo fatti per essere muti / come i fiori, a che serve, mi chiedi,la parola / se un gesto già racchiude il mare…”, Enrica Musio (”Le vie delle nuove case difronte a me studio, / gli sguardi della gente / la mia mancanza di fiato / finestre sfuocate / il pensiero della parola che non vedo…”), di Johan Pesaresi in primissima uscita pubblica con versi che sono un vero e proprio incontenibile flusso di coscienza (“l’animo corre lontano.. / quando t accorgi ke si muove / esso è già all’orizzonte / guarda avanti.. / e sorride.. / ma nn a te..”; grazie ad Alex Celli per averceli proposti) e di Costantino Loprete (“e tutti cercano il nome / la panacea, che impedì il futuro”). Abbiamo anche una empatica recensione di Vincenzo D’Alessio a Il gatto e la falena di Maria Pina Ciancio ( “Portatemi via tutto / (i sogni, l’anima, la felicità) / ma lasciatemi in segreto / la parola per ricominciare”). Padre Bernardo ci offre infine una intensa meditazione lucana (“non può esistere una società, una cultura, un sistema politico capace di capire fino in fondo la novità di Cristo”).

*

“Alla mia gente / e ai miei luoghi / discreti e imperfetti che profumano a sera di malva e rosmarino” sono le parole in epigrafe alla raccolta “Il gatto e la falena” della lucana Maria Pina Ciancio. Una raccolta poetica arricchita da perfetti disegni del pittore Cosimo Budetta già noto per altri volumi pubblicati con autori famosi – a noi piace ricordare ‘La legge del cortile’ in collaborazione con Gianni Rodari.
Versi molto complessi, assordati da un silenzio che ruota vorticosamente come una falena, invisibile ma persistente, che chiede comprensione, dialogo intenso affidato più agli occhi che alla bocca.
Ho trovato impervia la strada che conduce alla forza della costruzione poetica, poiché il verso è contratto da una forza generatrice di sé stesso tanto forte da sembrare d’inciampo:  “Una notte d’inchiostro / non basta a cambiare la vita” (p. 7); “Ho gli occhi freddi / di parole riscritte / fino all’asrazione / dell’incomprensione” (p. 52).

*

Il titolo delle poesie, per la maggior parte, è esso stesso parte della composizione. Gli ossimori, le pause, le ripetizioni tematiche, formano uno spartito che “il gatto”, tanto amato dai poeti, contende alla “falena” piccola, leggera ed estremamente vivace, il solfeggio di un mutamento ancestrale della parola verso una formulazione più ampia, più corposa, desiderosa di superare “la notte”, “la sera”, “il buio”, “il tramonto”, insomma tutto quello che oggi sembra comporre il finito.
C’è l’aspirazione all’infinito enunciato nella epigrafe apposta alla raccolta e ripetuta in questi versi: “Portatemi via tutto / (i sogni, l’anima, la felicità) / ma lasciatemi in segreto / la parola per ricominciare” (p. 26).

Oggi tutto quanto appartiene alla poetessa Ciancio è “discreto”, saporoso come la malva e il rosmarino, piante dai forti sapori ed umori, tracce di un Mediterraneo che va scomparendo verso una sera che nessuno di noi, meridionale, vorrebbe si realizzasse. Ma le forze in campo non sono solo quelle della poesia.
Vorrei accostare questa poetica a quella di altre poetesse contemporanee ma l’originalità che persegue non mi consente facili accostamenti. Credo nell’originalità di questa ricerca del versificare avvicinandola a quella di poeti nazionali che hanno avviluppato le loro radici nel meridione: Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Teresa Armenti, Emilia Dente.
So che la critica ad una raccolta tanto significativa, come è un’opera prima, è veramente difficoltosa. Vorrei augurarmi di essere tra quelli che hanno fatto levare quel vento dolce del sud e fanno dire alla nostra autrice: “ (…) Quando inciampo / all’ombra del mio cappello / e non so dirvi più chi sono // sono sempre io” (p. 59).

Vincenzo D’Alessio

Maria Pina Ciancio, Il gatto e la falena (Premio Parola di donna), La bottega della stampa 2007

C. Manzi sulla produzione letteraria di M.P. Ciancio

da Il Corriere di Roma
Cultura e Società, p.16
sabato 30 giugno 2007

– Maria Pina Ciancio interroga e canta la sua terra di Lucania, un articolo di Carmine Manzi

il corriere di roma, 2007
(clicca sull’immagine per ingrandire)