Assolo per mia madre. Una raccolta intima, dialogante e sconfinata

(Una recensione di Vincenzo D’Alessio)

Accarezzare le pagine dell’ultima raccolta di poesie “ Assolo per mia madre ” della poetessa lucana Maria Pina Ciancio mette il lettore in comunione con la sonorità della grafia impressa sulla copertina e sulla quarta di copertina del volume: la calligrafia è l’emersione del carattere, degli anni trascorsi, la bellezza e il dolore dell’anima che attinge nell’infanzia. Il mio il nostro è l’entrare con discrezione tra le pagine di un diario familiare , di un dialogo silenzioso tra donne, natura, paesaggi fisici e mentali con la poetica e l’ispirazione dell’Autrice.
Nei versi il fonema ricorrente è “silenzi / silenzio” proprio della comunione tra il pensare e la mano che esegue. Lo spazio energetico che collega l’esecuzione è fatto di silenzio. Soltanto dopo, la voce / le voci, riprendono quei segni di un alfabeto che formano le parole e le rendono sonore.
L’alfabeto musicale si serve delle figure scritte sul pentagramma che misurano la quantità e la qualità del tempo della composizione che gli strumenti, per prima la voce umana, trasformano in suoni. Continua a leggere

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V. D’Alessio su “Le storie minime”

in LucaniART Magazine

La” questione meridionale” è oggi nella mani della poesia

Quando, in tempi di profonda solitudine umana come quelli che viviamo, giunge da un editore, non posizionato nel cuore del Meridione, un libro pieno di quella forza meridionale che riscalda le notti fredde del Nord di qualsiasi luogo conosciuto, e si avvale del contributo storico/critico di un poeta genovese nella postfazione, vuol dire che “La Questione Meridionale” non è più nella mani della politica: è oggi nelle mani della Poesia.

Finalmente le idee possono rifiorire nella mente di che legge questi versi. La Poesia ha trovato il solco in cui incanalare gli sforzi sostenuti dagli autori del Novecento, appena concluso, uniti alle nuove energie dei contemporanei. La raccolta della poetessa Maria Pina Ciancio “STORIE MINIME” (Fara 2009) racconta il corso di questi avvenimenti: c’è la figura paterna cara a Scotellaro e Sinisgalli; i paesaggi lucani illuminati dal poeta Alfonso Gatto (del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita) nei suoi articoli per “Il Giornale del mattino” di Firenze; la semplicità delle genti lucane e delle tradizioni care a Teresa Armenti; la storia dei vinti descritta dal bel romanzo “Il padre degli animali” di Andrea di Consoli.

Gli accordi armonici nella partitura di questa raccolta non hanno bisogno di troppe metafore: raggiungono l’immediatezza attraverso la “nudità” degli occhi della poetessa proprio come ha indicato Sannelli in postfazione: “quindi i testi dovranno essere innumerevoli, e riscritti nervosamente, sempre adottando tecniche diverse, quasi separate, anche sconvolgenti” (p.42). Diventano attori protagonisti delle composizioni in raccolta il vento, la neve, il buio, la notte, il viaggio. Una malìa che prende il lettore e non lo abbandona; uno spaesamento che rende invisibili i luoghi veri e traduce le immagini poetiche in luoghi senza tempo. Un misto tra paura ed incanto. Per molti motivi la scrittura di questo lavoro mi porta alla mente quello del poeta italoamericano Luigi Fontanella dal titolo “Terra del tempo” (Book, 2000).

“Mi abitano i paesi spopolati/ e il vento” (p.13) scrive Maria Pina, “Tra paese e città la terra nuda, il silenzio della campagna/ e una voce quanto più lontana”, scriveva Rocco Scotellaro nel suo “Viaggio di ritorno” negli anni cinquanta, sembra che nulla cambi in Lucania. Nulla cambi al Sud della nostra bella penisola. Partono e restano. Stupidi e furbi. Buoni e violenti. Sembra un meccanismo che non smette di consumare vite umane, destini unici: “Sei fuggito scalzo/ di notte/ un tozzo di pane e una pera/ come mio padre, mio figlio/ e pure l’altro fratello” (p.17). Al nostro Sud sembra che non resti altra alternativa. Eppure c’è la stessa terra che ha sfamato uomini per migliaia di anni; la stessa terra che ha raccolto migliaia di salme; la stessa terra che ingoia i figli nella dimenticanza. Non è la terra cattiva, sono gli esseri che la popolano; l’ipocrisia che regna; la fame che comanda; i politici che nel loro potere sono simili ai violenti. Chi si oppone deve solo andarsene. E non è solo il potere civile, c’è anche quello clericale.

I motivi di dialogo con la nostra poetessa, attraverso i suoi versi, sarebbero tanti. Tanti sono anche gli spunti di ripresa dei moti antichi (anche se sono passati solo trent’anni) di vita semplice, sana, dignitosa, contadina. Quasi c’è da vergognarsi a riesumare questa figura: fantasma distrutto dalla sete di città, dal rapido progresso industriale; dallo spopolamento interno verso “il benessere” fallito delle città costiere, dei nuclei industriali a tutti i livelli; del sacrificio di interi territori a vocazione agropastorale. Veramente la posizione della persona di cultura al Sud è di isolato, di solitudine. Veramente coloro che scrivono poesie, frequentano l’Arte, sono ancora “i filosofi” perseguitati dai politici borbonici: “Restiamo così al freddo dell’inverno/ che ci stacca l’intonaco dai tetti/ e il tempo del presente da noi stessi” (p. 28).

Vorrei dire che la Nostra ha adempiuto perfettamente al suo proposito “Vedi figlio ho imparato la sua voce” (p.39) parlando di Rocco Scotellaro. Direi che con questa prova storico geografica, il continente lucano di Scotellaro ha ripreso a girare in perfetta armonia con questa bella invocazione: “Cantate, che cantate?/ Non molestate i padri della terra” che il poeta sindaco dedicava ai poeti e a se stesso. Ma non basta. Questa è un’altra voce nel coro di quanti amano e scrivono per fare in modo che i mille rivoli poetici del suditalia raggiungano l’Europa disattenta. Noi abbiamo fame di Giustizia, di lavoro, di Gioventù. Siamo addolorati nel vedere i migliori ingegni andare lontano dalle nostre aule scolastiche, dagli ospedali, dai ruoli vitali delle realtà urbane. Basta con i furbi servi dei politici. Noi siamo rimasti la turba dei pezzenti, quelli che per tutta la loro esistenza continueranno a strappare, a padroni e politici, le maschere coi denti.

Vincenzo D’Alessio

D’Alessio su “Il gatto e la falena”

da FARA NEWS
mensile di informazione culturale
n. 91 – luglio 2007

Editoriale: La poesia come cura (oltre il sé verso il mondo e oltre)

Questo numero si apre con un lungo e stimolante saggio di Viviana Scarinci che ci parla della Nascita del poeta a partire dal mito di Orfeo (ovvero, secondo un’etimologia a base fenicia, Colui che guarisce con la luce). Abbiamo poi inediti veramente interessanti di Claudio Pagelli (“siamo fatti per essere muti / come i fiori, a che serve, mi chiedi,la parola / se un gesto già racchiude il mare…”, Enrica Musio (”Le vie delle nuove case difronte a me studio, / gli sguardi della gente / la mia mancanza di fiato / finestre sfuocate / il pensiero della parola che non vedo…”), di Johan Pesaresi in primissima uscita pubblica con versi che sono un vero e proprio incontenibile flusso di coscienza (“l’animo corre lontano.. / quando t accorgi ke si muove / esso è già all’orizzonte / guarda avanti.. / e sorride.. / ma nn a te..”; grazie ad Alex Celli per averceli proposti) e di Costantino Loprete (“e tutti cercano il nome / la panacea, che impedì il futuro”). Abbiamo anche una empatica recensione di Vincenzo D’Alessio a Il gatto e la falena di Maria Pina Ciancio ( “Portatemi via tutto / (i sogni, l’anima, la felicità) / ma lasciatemi in segreto / la parola per ricominciare”). Padre Bernardo ci offre infine una intensa meditazione lucana (“non può esistere una società, una cultura, un sistema politico capace di capire fino in fondo la novità di Cristo”).

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“Alla mia gente / e ai miei luoghi / discreti e imperfetti che profumano a sera di malva e rosmarino” sono le parole in epigrafe alla raccolta “Il gatto e la falena” della lucana Maria Pina Ciancio. Una raccolta poetica arricchita da perfetti disegni del pittore Cosimo Budetta già noto per altri volumi pubblicati con autori famosi – a noi piace ricordare ‘La legge del cortile’ in collaborazione con Gianni Rodari.
Versi molto complessi, assordati da un silenzio che ruota vorticosamente come una falena, invisibile ma persistente, che chiede comprensione, dialogo intenso affidato più agli occhi che alla bocca.
Ho trovato impervia la strada che conduce alla forza della costruzione poetica, poiché il verso è contratto da una forza generatrice di sé stesso tanto forte da sembrare d’inciampo:  “Una notte d’inchiostro / non basta a cambiare la vita” (p. 7); “Ho gli occhi freddi / di parole riscritte / fino all’asrazione / dell’incomprensione” (p. 52).

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Il titolo delle poesie, per la maggior parte, è esso stesso parte della composizione. Gli ossimori, le pause, le ripetizioni tematiche, formano uno spartito che “il gatto”, tanto amato dai poeti, contende alla “falena” piccola, leggera ed estremamente vivace, il solfeggio di un mutamento ancestrale della parola verso una formulazione più ampia, più corposa, desiderosa di superare “la notte”, “la sera”, “il buio”, “il tramonto”, insomma tutto quello che oggi sembra comporre il finito.
C’è l’aspirazione all’infinito enunciato nella epigrafe apposta alla raccolta e ripetuta in questi versi: “Portatemi via tutto / (i sogni, l’anima, la felicità) / ma lasciatemi in segreto / la parola per ricominciare” (p. 26).

Oggi tutto quanto appartiene alla poetessa Ciancio è “discreto”, saporoso come la malva e il rosmarino, piante dai forti sapori ed umori, tracce di un Mediterraneo che va scomparendo verso una sera che nessuno di noi, meridionale, vorrebbe si realizzasse. Ma le forze in campo non sono solo quelle della poesia.
Vorrei accostare questa poetica a quella di altre poetesse contemporanee ma l’originalità che persegue non mi consente facili accostamenti. Credo nell’originalità di questa ricerca del versificare avvicinandola a quella di poeti nazionali che hanno avviluppato le loro radici nel meridione: Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Teresa Armenti, Emilia Dente.
So che la critica ad una raccolta tanto significativa, come è un’opera prima, è veramente difficoltosa. Vorrei augurarmi di essere tra quelli che hanno fatto levare quel vento dolce del sud e fanno dire alla nostra autrice: “ (…) Quando inciampo / all’ombra del mio cappello / e non so dirvi più chi sono // sono sempre io” (p. 59).

Vincenzo D’Alessio

Maria Pina Ciancio, Il gatto e la falena (Premio Parola di donna), La bottega della stampa 2007