Margherita Rimi sulle “Storie minime”

da LA MOSCA di Milano
Intrecci di poesia, arte e filosofia
giugno 2010, n.22 (p. 110/111)

*

E’ tra i ricordi che ci  conduce la realtà, nella storia dei luoghi, in percorsi per assenze:

“A chi resta a chi parte
(e non sa che lascia vuoti da riempire nelle crepe)”

Inizia così Storie minime di Maria Pina Ciancio.

La poetessa già dai primi versi avverte il lettore in quali territori intende condurlo.

Territori in cui ricordo e realtà si confondono, si scambiano nei luoghi della mente, dove ci si immerge ora nell’uno ora nell’altro verso.

Sono luoghi che hanno inciso nella carne la propria anima e con forte intensità vengono vissuti intimamente nelle storie di frammenti familiari ed individuali e nel destino di una comunità, di un popolo. Non a caso l’autrice fa riferimento nel sottotitolo, “Una poesia per Rocco Scotellaro” ad un poeta del Sud, della sua terra di Lucania, che fu anche uomo politico sensibile.

I versi sono pervasi da un presente che non sa dire senza la sua storia, senza un percorso che attraversa quei luoghi e li legge raccontandoli adesso, come allora.

“la storia
quella raccontata  e quella dei ricordi
si impasta con la vita”

Dove sembra esserci un vuoto, un abbandono questi diviene presenza forte, traccia di continuità tra passato e presente, futuro e possibilità.

I paesi, le cose, gli oggetti, le strade, i muri, il vento sanno come muoversi in silenzio e sanno di  essere, allo stesso tempo, una presenza che risuona e vibra di parole, di storie personali e individuali, di storie collettive.

Ed a mano a mano che sembrano spopolarsi nella descrizione, si  ripopolano di storia e di senso.

E’ da tante storie che l’autrice si lascia attraversare, storie che appartengono alla sua, scandite all’unisono con il suo sentire.

Gioco della vita tra chi resta e chi se ne va.

Lacerazione dell’abbandono e dell’assenza, frammentazioni del destino, condizione di vivere nel sud.

E’ come se chi resta, in qualche modo, fosse andato via e chi se ne va fosse rimasto, è in questo gioco infinito che si compie una umanità che non ha più un luogo, è questa la terra in cui si compie il destino tra  sradicamento e forte identità

Il luogo del sud diviene un territorio di transito, terra di passaggio, confine, simbolo della precarietà dell’esistenza in continuo e febbrile movimento, dove la morte e la vita, la memoria e la sua scomparsa, la partenza ed il ritorno, l’assenza e la presenza convivono in una sintesi di senso.

Agrigento, 07.09.2009

Margherita Rimi

Mario Fresa sulle “Storie minime”

Ua recensione di Mario Fresa
su Narrabilando

Scrivere è indovinare l’attimo arcano in cui si sovrappongono l’inimmaginabilmente grande e l’infinitesimale. Perciò, nella scrittura è sempre vivo un gioco di affettuose corrispondenze, di interne e inevitabili contraddizioni (l’esserci e il morire; la concretezza e la lontananza; il ricordo e la contingenza; il desiderio e la realtà). La poesia di Maria Pina Ciancio descrive questo smarrirsi dentro il liquido movimento di chi è diviso tra la materia del presente e le riposte sembianze della memoria: l’emigrazione dalla terra avita è il segno e l’immagine di un percorso che tocca ognuno di noi (poiché ognuno di noi ama e rincorre; e ognuno di noi perde o trasfigura ciò che ama e rincorre; e ognuno, ancora, si allontana dalle origini e ricerca una continua riparazione, e brama una costante ricucitura). Maria Pina Ciancio ricorda al lettore, dunque, un ruolo essenziale per la lingua poetica: quello di farsi voce che riannoda i legami e che li fa rivivere e tremare, diventando un’esperienza autentica e bruciante; è il ruolo dell’amoroso raccogliere e tramandare, e del limpido, malinconioso guardarsi indietro per riordinare, conservare, ricuperare i tasselli dei luoghi cancellati e feriti dalla cattiva indifferenza di chi resta.

Storie minime è un libro di rimembranze e di partenze. La poesia è proprio questo: è distacco, separazione; è perdere e tramontare; ma è anche felice concordia, combinazione magica di ritrovati vincoli; è unione e rinnovato accordo di legami; ed è pure l’avverarsi di una costante coincidenza di persistenza e di mobilità: cioè di dense comparizioni e di pulviscolari sbriciolamenti.

Nessuno veramente parte o resta: si scivola nel tempo indefinito delle attese e dei preparativi, e la chimera di andare avanti ci fa invece, spesso, tornare indietro o ci fa spingere, con affannosa cura, troppo avanti.

Un viaggio inizia sempre (o meglio: inizia solo, e basta). L’allontanarsi è l’unica, indeclinabile eredità di chi vive. Colui che parte, allora, intende distruggere e poi daccapo ricostruire, finalmente riappropriandosi di ciò che ha dovuto lasciare (e  perfino di tutto ciò che non è mai stato).

Questo è un libro di tenere illusioni mai sopite. Il poeta si presenta sotto la veste di un figlio: la sua forza è nel desiderare di procedere, con un ansioso amore, nella direzione di un riscatto e di un ricongiungimento con la materna e sacra immagine del primo luogo, antico e presente, in cui si è verificato il dono dell’apprendere, dell’imparare (ad esempio le parole dell’infanzia, sempre indelebili e oscure; e i passi incerti delle scoperte; e le intense rivelazioni delle remote, indistruttibili amicizie).

Ecco il destino vero della poesia: emigrare e ritornare; cancellare e raccogliere; dimenticare e amare. Maria Pina Ciancio conosce molto bene questo sforzo curioso di vivere l’inquietudine di una precaria dimensione, fitta di troncamenti e di ricomparse, di commiati e di riprese: «facciamo percorsi lunghi / per ritornare sempre all’inizio», e il segreto di questo interrogarsi poi ci rende, contemporaneamente, immobili e infanti.

Noi siamo desti e dormienti – ogni cammino è eracliteo; e irredimibile. Ogni paese sognato e ritrovato «giace in frantumi»  (così come dice Scotellaro) ed è altro e irrecuperabile, se non con la felice presenza del poeta che racconta, ricuce, tramanda e risana. (Mario Fresa)

http://narrabilando.blogspot.com/2010/08/storie-minime-e-infinite.html

Pierino Gallo su le “Storie minime”

da IL FIACRE N.9
Quadrimestrale di Letteratura Italiana
Settembre 2009 – numero 6

Mi abitano i paesi spopolati/e il vento//la luce che scorre in un istante/e frana nella crepa dei calanchi//nella carne. Ancora “abitano”, dunque, “incidono”, “riallacciano”… e fanno scrivere versi. Non per un cardarelliano Homo sum, bensì per un’inconfondibile vocazione alla poesia delle piccole cose, dell’arcaicità, dei gesti. Questo, il nuovo itinerario di Maria Pina Ciancio, Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro, Fara Editore, Rimini, 2009. E vi si entra piano, come a voler chiedere di abitare coi versi, forse per timore di sgualcirne l’incanto o per il dubbio scontato di restarne incagliati. Ebbene, l’incanto arriva presto, ed è quello della parola, performativa, rituale, conativa, e pur sempre fortemente icastica. La poetessa lo sa e ci accompagna nel viaggio; la paura è che I cartelli stradali sono tutti uguali stanotte e la piaga dell’assenza gela il cuore. Assenza di uomini e donne sradicati alla terra e proiettati sul mare per tragitti di sogni, quelli evaporati …di valigie di cartone cotte al sole (da Partenze). L’emigrazione, il silenzio, le speranze spezzate attraversano dunque lo spazio liminale dell’oceano e, con esso, quello della pagina, bianco, rugoso. Così che solo di ombre può nutrirsi chi resta ed osserva. Poi il sentimento del vuoto si fa distaccamento, rottura e dall’anima di chi scrive passa a disegnare la forma del verso, tanto che il “frammento”, costante crepuscolare del non-senso, diventa imperante in molti luoghi testuali (frammento di Primavera, frammento d’Inverno, frammento d’Estate, pp. 24-25). E’ in un bellissimo esempio di correlativo oggettivo che si coglie appieno un siffatto pensiero: E’ nella crepa grande/quella priva di intonaco e calce/che il cedimento talvolta arriva…Si sono spaccate le tegole rosse (p. 30).
Meravigliose vette artistiche si raggiungono, infine, ne Una poesia per Rocco Scotellaro: Se non ti addormenti figlio posso raccontarti/la storia di un poeta che morì a trent’anni/e che a venti era già sindaco di paese/con il cuore rosso e l’anima di un padre (p. 39). La vita rimane, imponente e affaticata mole di abbracci, consolazioni, sguardi, ricordi… Poiché è nel ricordo che rivive la carne, nel ricordo che scrivono i “grandi” ed affondano gravide penne, ricolme d’inchiostro. Per scrivere storie o, meglio, la Storia. Di un sud o dei sud, della terra o del cuore.

Pierino Gallo

Monia Gaita sulle “Storie minime”

dal blog Farapoesia
una recensione di Monia Gaita

“Ridecifrarsi senza abdicare alle proprie radici”

Storie minime di Maria Pina Ciancio ha il rigore d’ordine e di norme interne della poesia scotellariana cui si ricollega  non solo per la comune postazione geografica d’appartenenza (ambedue gli autori sono lucani), ma anche per certi indicatori contenutistico-semantici che permettono alle parole di uscire dai triti rigagnoli della prevedibilità o dalla troposfera di un nostalgico revival passatista. Le liriche offrono un fotoreportage accortamente rifinito e partecipato di piazze, vicoli, strade e stagioni su cui, a ricanalizzare le vie del perduto e di sofferte emigrazioni “Evaporano i sogni e dentro i sogni/ v. pag.18 /la storia di mio padre/ quella di valigie di cartone cotte al sole/ trascinate a mani strette/ dentro vagoni  neri di carrubi…/e un cartello straniero che fa ombra/ al taglio della sera in mezzo alle ginestre”  “Le partenze e i non ritorni –pag.16- sono cicatrici lunghe e oscure da curare” ci pensa l’eufòrbia ricorrente dell’amore compiuto ma periclitante per luoghi offesi da mutamenti tossìnici quanto speditivi. L’amore per il Sud ambisce a riconciliarsi con tutta un’intrigante assonometrìa di riti, usanze, tradizioni che la modernità ha travolto, sostituendo all’affetto autentico e genuino tra le persone, una disontogènesi relazionale di vuoto e incomprensioni. La riconoscibilità non è piena se il vomere delle partenze (anche degli elementi naturali) sèguita a lacerare l’identità di un popolo o se a marcare i lidi dell’oggi è sempre più l’incanto intatto e levigato del trascorso “ …Ce li portano via gli alberi, –pag.31- ad uno ad uno/ come gli uomini/ ma siamo troppo stanchi per accorgercene” “…Si sono spaccate le tegole rosse. E sono finiti i tempi in cui mio nonno ne faceva ripari per le chiuse e mattoni cotti al fuoco per l’inverno –pag.30-” Nella odierna civiltà trasmutatrice Maria Pina Ciancio fruga e trafuga dai diaframmi separati dei paesi l’albumina di bellezza superstite, semicoperta spesso da sovrimposte sembianze architettoniche in stridente rottura con l’anima antica dei “muri”, delle “tegole rosse”, dei “fiori benedetti”, dei “granai”, delle “ombre dei panni stesi per strada che profumano di vita insieme al pane”. La poetessa quindi, sovviene alle trighe dello smarrimento e dell’alienazione conseguente con una forte volontà a ritenere il salvabile raccogliendo i frutti di un lungo, pròdigo, ispirato lavoro di dedizione. L’istmo che congiunge il mondo di ieri e quello attuale s’adorna anche dei grandi poeti che ci hanno preceduto e Rocco Scotellaro a cui è dedicata la compositǐo fanalino di coda della raccolta, dovrebbe costituire la partitura etica, morale e di rinascita civile di un’intera comunità. Dopo aver letto questo libro capirete che non sono affatto mìnime le storie raccontate e che accanto al bacino glaciale dei “non ritorni”, il tentativo di ridecifrarsi senza abdicare alle proprie radici, va oltre il fósco degli espropri rivendicando il diritto a un’esistenza consapevole nell’estuario storico di ciò che fummo e ciò che siamo diventati.

Monia Gaita

E. Sirangelo sulle Storie minime

APOLLINEA – Rivista bimestrale del territorio del Parco Nazionale del Pollino (diretta da Mimmo Sancineto)
Anno XIII -n.6 novembre/dicembre 2009

Recensione a cura di Emilia Sirangelo (dalla relazione tenuta a Castrovillari il 13 settembre 2009):

(cliccare sulle immagini per ingrandire le pagine dell’articolo)

Capodiferro sulle “Storie minime”

Il PAESE tra Pensieri e Azioni
Mensile di informazione e cultura locale – Castelsaraceno
Anno V – Nov/Dic. 2009 n. 47 (p.12)

LA POESIA DELLA STORIA E LA STORIA NELLA POESIA DI MARIA PINA CIANCIO
La poetessa di S. Severino con le “Storie minime” e la “poesia per Rocco Scotellaro”.

“Storie minime ed una poesia per Rocco Scotellaro”, Fara editore, Rimini 2009, è l’ultima raccolta di versi di Maria Pina Ciancio. La poetessa lucana, di S. Severino, è riuscita negli anni che ha trascorso tra la Svizzera ed il Sud, “i luoghi dell’anima”, come ella stessa li definisce, a far vibrare le corde della sua voce a livello nazionale: è voce del sud, ma è soprattutto voce di questo sud del sud della Lucania. Le “Storie minime” sono “versi imperfetti, accomunati da una dimensione storica e collettiva, fatta di identità e di spaesamento. Tradizione e modernità”. Sono “orme, tracce, echi. Quelli di chi parte e quelli di chi (ancora) resta”. Bene ha colto questi aspetti Massimo Sannelli, nella sua “Lettera sull’intensità”, riportata in appendice al testo, in quella che potrebbe essere ermeticamente sintetizzata nella “rinuncia a rinunciare ai campi”, nell’ esposizione al “dolore dell’oltre la Svizzera”. La poesia di Maria Pina è introspettiva, impressionista, è un continuo scandaglio nell’anima dei frammenti inconsci di coscienza e di coscienze smarrite. Da questa auto-psicoanalisi sgorgano quegli archetipi junghiani che diventano storia, o meglio psicostoria. Riportiamo alcuni di questi “fatti atomici”, tanto per usare termini del linguaggio di Wittgenstein, per rendere l’idea di questa poesia ontologica: “Lungo strade mezzevuote/ il vento arruffa il pelo della capre…”; “Mi abitano questi paesi spopolati/ e il vento…”; “Hanno memorie le strade/ tracce di perdite e di incontri/ di Santi e mendicanti…”; “Si sono spaccate le tegole rosse…”; “Per noi che restiamo/ la vita è una guerra senza guerra…”; “Non ti era bastato il mio amore/ e neppure il mio pianto…”. Ed emergono i tratti esistenziali e dolorosi che accomunano tutti i poeti di questa terra di poeti, fatti di nostalgie e di nervosismi ed il luogo privilegiato di quest’anima diventa allora il ricordo del nostro grande Rocco Scotellaro, nella poesia finale: “È fatto giorno dopo un’altra notte al bar/ dove c’è sempre un figlio senza mestiere/ che beve e fuma e non sa niente di Rocco/ di margherite e rosolacci, dei contadini del sud…”. E come non ricordare il cantore di Tricarico: “Svegliati bella mia che giorno è fatto,/ sono volati gli uccelli dai nidi”? Vi si nota lo stesso “contrasto tra tenebra e luce”, la stessa “impronta popolare”, lo stesso “intreccio tra cantabilità e asprezze, tra solarità e tenebra, tra sensualità e presagio di morte, tra dolore e gioia” – dall’Introduzione di Maurizio Cucchi alle Poesie di Rocco Scotellaro, Oscar Mondadori 2004 -: “È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi/ con i panni e le scarpe e le facce che avevamo”. E questa figlia di Rocco ha saputo re-interpretare e ridestare quel vivo sentimento di liberazione, sempre dal commento al Poeta: “riuscendo positivamente a sostanziare la sua poesia, senza retorica e senza impacci volontaristici, di una materia tratta dal suo pieno coinvolgimento nel reale”. La poesia, creazione originaria, è storia. Il “poiein” è allo stesso tempo l’atto e la finzione artistica. Non a caso gli antichi esprimevano l’accadimento nel linguaggio poetico: i poemi omerici, l’Eneide, ad esempio. Oggi si è perso quello slancio espressivo e unitario della vita in tutte le sue molteplici manifestazioni. Ma questa poesia storica di Maria Pina, lungi dal voler prendere la via idilliaca delle tradizioni celebrative e mitiche, è invece l’apoteosi del realismo, più schietto di quello di Scotellaro, che pure assume elementi populistici e profetici. La storia minima è l’elemento ultimo e primo, è l’atomo della temporalità, non quella matematica, ma quella dinamica, direbbe Bergson, quella legata all’anima, alla durata, ai luoghi di questo mondo sconosciuto che è dentro di noi. La storia minima è il fatto, non nel senso positivista, ma in quello del dato immediato di coscienza, cognitivo ed emozionale assieme. La ricerca cianciana somiglia molto, invece, a quella fenomenologica di Husserl, all’epoché, la quale, scrive Enzo Paci “è il disoccultamento. Il mondo è sempre là. La sua esistenza non costituisce problema. Il problema che l’epoché vuol risolvere è un altro: qual è il significato, il fine del mondo, per me, prima di tutto e originariamente e poi per tutti i soggetti?”. Ecco allora il senso di questa ricerca singola, singolare e nello stesso tempo comunitaria: “…perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede l’elegia di Hördelin “Pane e vino”. Oggi comprendiamo a stento la domanda. Come potremmo intendere la risposta che Hördelin dà? Questa domanda si pose Martin Heidegger. A questa domanda cerca di rispondere Massimo Sannelli: “L’autore medio vuole vivere, molto laicamente, senza problemi di metafisica e di sangue… Non vi sono né storie da raccontare né una storia a cui appartenere”. A questa domanda cerca di rispondere Emile Verhaeren ne “Il molteplice splendore”: “Il mio spirito triste,/ e ormai stanco dei testi e delle chiose,/ spesso va verso gli uomini/ che nel loro primo ardore/ con gridi d’amore e ferventi parole,/ un giorno, per i primi/ diedero nome alle cose”.

Luglio 2009

Vincenzo Capodiferro

Lucio Zinna sulle “Storie minime”

Maria Pina Ciancio, Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro, Rimini, Fara, 2009, pp. 48, € 10,00.

Un dato sociologico di fondo attraversa le poesie di questa densa plaquette di Maria Pina Ciancio: la ripresa dell’emigrazione dai paesi del sud Italia verso quelli del nord peninsulare (in concomitanza dei flussi immigratori che si registrano nel nostro Paese, anche al Sud, e in varie plaghe europee). Storie attuali si correlano ad analoghe storie di ieri. Oggi, le valigie non saranno più di «cartone cotte al sole» e legate con lo spago, come una volta, ma la sostanza non cambia.

L’autrice, nata in Svizzera, di origini lucane e operante a San Severino, in provincia di Potenza, affronta un tema così complesso in maniera eccentrica nei confronti dei tradizionali canoni − realistici e neorealistici − che furono tipici, storicamente, della cosiddetta letteratura dell’emigrazione. Elementi realistici non mancano, ma circola accanto ad essi un che di trasognato, qua e là anche una fugace aura visionaria. L’asse è spostata dall’oggettivismo (quintessenziale nell’estetica realistica) alla dimensione della soggettività e l’andamento è più impressionistico che descrittivo. L’attenzione è concentrata in prevalenza sugli effetti che le partenze determinano nei luoghi e nelle persone da cui ci si allontana. Le “storie” sono rappresentate non tanto nel loro svolgersi come fatti quanto piuttosto nel loro impatto emozionale, nelle risonanze interiori, nei fili che si stabiliscono tra quotidianità e memoria. E ieri e oggi si fondono, in un ‘presente’ a valenza psicologica e, per così dire, globalizzato.

“Storie”, dunque, viste da qui, dall’angolo di visuale di chi, rimanendo, avverte una sempre più delineata e amara percezione dell’assenza, la quale finisce per rivestire di sé uomini e cose e rende mutevole, con le atmosfere, l’aspetto dei paesaggi, perché qualcosa è cambiato dentro, nell’anima. Anche il tempo pare fermarsi: «si arrestano le ore in una smorfia / e il passo della neve si fa lento  […] la vita certe volte è ferma / al di là delle finestre chiuse / e il vento lo senti solo dentro / frugare come un clandestino // nelle tasche delle giacche / nei granai, sotto gli archi //dappertutto» (pp. 26-27).

Leit motiv della silloge diventa allora, a contraltare dell’identità, lo spaesamento: che invade chi rimane (in analogia al senso di estraneità di chi ha raggiunto luoghi diversi da quelli  familiari) e  che rende la vita di chi resta «una guerra senza guerra» (p. 34). Eccone alcuni exempla: «Al taglio della luce lo spaesamento / ci prende, nella gola e negli occhi. / Le mani strette l’una all’altra, / come quando i padri o i figli all’improvviso se ne vanno» (p. 30); «Una lotta su due fronti è la nostra / con il quotidiano e con la storia / uno spaesamento/ senza tempo // del cuore e delle mani// vuoto cadenzato di fiato e corpo» (p. 32).

E a mano a mano che si allarga il raggio d’azione, tutto va assumendo dimensione metaforica di una condizione più vasta, al di là del fenomenico e del contingente. La ricerca, vale a dire, di possibili consistenze, nella morsura avvertita dall’essere umano, quando gli occorra di percepirsi (e nessuno può dire di esserne rimasto completamente immune) déraciné nel proprio iter esistenziale, nell’avventura stessa dell’uomo nel mondo.

Di tale dimensione possono essere indicatori, fra l’altro, i versi di Rocco Scotellaro che la Ciancio pone in esergo al toccante testo conclusivo della raccolta, dedicato al poeta lucano morto trentenne, che fu commosso e vibrante cantore del mondo di umili verghiani e di spaesati nella loro terra e fuori di essa: «Io sono un filo d’erba / Un filo d’erba che trema / E la mia patria è dove l’erba trema», scrisse il poeta di Tricarico.

«Versi imperfetti» chiama la poetessa i suoi, di questa raccolta, dei quali vanno apprezzati invece il tono pacato e incisivo e l’essenzialità. Sono “imperfetti” tanto quanto sono “minime” − vale a dire solo in apparenza − le “storie” alle quali si accenna nel titolo. Un’imperfezione simbolica, come se i versi ambissero a farsi carico, esteticamente, delle incongruenze di un mondo che non riesce a camminare in maniera più lineare e più giusta.

Lucio Zinna, agosto 2009

(Articolo apparso su ARENARIA – Ragguagli di letteratura moderna e contemporanea 3 –  novembre 2009)

Le Storie minime su “La Sicilia”

in LA SICILIA
Cultura e Società
2 novembre 2009 (p.9)

A fondo pagina un articolo di Salvo Zappulla alle “Storie minime” dal titolo “Una dimora per gli stranieri del mondo”.

La pagina del quotidiano in pdf qui: la sicilia, novembre 2009

la sicilia, maria pina ciancio
(Clicca sull’immagine per ingrandire)

Una poesia tratta dalle Storie minime sul periodico lucano “La Piazza”

Sulla rivista “La Piazza- mensile di informazione, cultura, sport” nel numero agosto-settembre 2009 (p. 10-11)  è stata pubblicata una nota critica e  una poesia tratta da “Storie minime”.

Uno stralcio della nota  di lettura a cura del direttore Andrea Lauria di Roccanova:
“… sono soprattutto poesie semplici. Semplicità intrinseca di pathos e di emozioni forti che difficilmente prova chi non vive intensamente i nostri paesi, come fa l’autrice”.

Il giornale in formato pdf:  LA PIAZZA Agosto-Settembre 2009

Le Storie minime sul “Corriere Fiorentino.it”

Nella rubrica “Esercizi di Stile” a cura di Gabriele Ametrano de il Corriere Fiorentino.it è apparsa oggi una recensione alle “Storie minime” del poeta e giornalista Michele Brancale.

Il link di riferimento per chi volesse leggere l’articolo:

http://esercizidistile.corrierefiorentino.corriere.it/2009/10/il_ritorno_poetico_di_maria_pi.html

Riflessioni sulle “Storie minime” di G. Pugliese

13 settembre 2008

Carissima Maria Pina,

con piacere ho letto il tuo libro e con maggiore gratitudine  ti scrivo per qualche riflessione schietta, sincera e sentita sulle tue Storie minime. Ti partecipo subito la mia approvazione per la poesia a Rocco Scoltellaro, il quale tanto si è battuto per la nostra “Terra” e grande è il mio apprezzamento per la sua opera essendo io un Agronomo e quindi ho il motivo e il mordente di seguire un po’ le vicissitudini che l’agricoltura è costretta a subire.

A parte questo mio breve commento su Scotellaro, ti vorrei subito partecipare il mio forte apprezzamento per le tue Storie “MASSIME” in quanto denunciano con responsabilità tutto quello che purtroppo nella nostra regione non va.

Penso che questo lo dobbiamo fare un po’ tutti per ritrovare l’ “alba”  che aspettiamo da tempo. Io ti ho conosciuto di persona. E la forte sensibilità che hai dimostrato nel tuo lavoro, l’ho ritrovata passo passo nel tuo libro, dove con schiettezza e in alcuni casi con versi duri e sensibili hai denunciato le cose così come stanno, senza se e senza ma.

Un altro insegnamento importante che secondo me hai dato a noi lettori è che non bisogna arrendersi, ma bisogna lottare e andare avanti, così come d’altronde ci ha insegnato la letteratura di Rocco Scoltellaro.

Leggendo il tuo libro, veramente ho fatto una riflessione sul tessuto economico e sociale della nostra regione. E quello che più mi viene spontaneo dirti è che in questa regione ci sentiamo un po’ tutti arrivati forse senza essere mai partiti.

In questa regione abbiamo bisogno ancora di crescere molto. Ma soprattutto dal punto di vista culturale. Perché nella battaglia di Rocco Scotellaro c’era anche un riscatto di ordine sociale ed economico, ma il tutto doveva avvenire in un contesto di cambiamento culturale.

Solo così ci potrà essere per la Basilicata un viaggio di ritorno e non di sola “andata”.

(…)

Con sincera amicizia e stima

Giuseppe Pugliese

Le “Storie minime” presso la galleria d’Arte “Il Coscile”

Si è tenuta ieri presso la Galleria d’Arte Moderna “Il Coscile” di Castrovillari (CS) la presentazione della silloge “Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro”.  Sono intervenuti nell’ordine Teresa Armenti, Emilia Sirangelo, Bonifacio Vincenzi (ha moderato la serata il pittore, editore e gallerista Mimmo Sancineto). Nei locali de “Il Coscile” era presente inoltre -e lo sarà fino al 19 settembre- la personale d’arte di Francesca Rizzuto “Procedimenti variabili”).

maria pina ciancio

(nella foto da destra – Teresa Armenti, Maria Pina Ciancio, Francesca Rizzuto, Mimmo Sancineto, Isabella Laudadio)

Un grazie di cuore per l’ospitalità a tutti gli amici calabresi e a quanti hanno partecipato all’iniziativa. Mi resta la bellezza dei volti e degli interventi che hanno contribuito a (ri)scrivere la storia dei miei versi… Mapi

Settembre Culturale Francavillese – Valle del Raganello – Calabria 2009

“Storie minime” sarà presentato domenica 13 settembre 2009, nell’ambito dell’VIII edizione “La cultura al femminile”, presso la galleria d’Arte ‘Il Coscile’ a Castrovillari (CS).

CARTOLINA Settembre 2008 CARTOLINA Settembre 2008

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Lettera (riflessioni) sulle “Storie minime” dell’amico e poeta G. Di Lena

«Noi, cara Maria Pina, viviamo in una regione dove (con il bene placido di chi sentenzia e giudica ogni cosa con proverbiale disinvoltura  tutto è consentito. Viviamo in una terra che slitta continuamente facendoci sentire sempre prossimi al guado, “provvisori” o precari, come si è soliti dire oggi, e perciò seguiamo (non viviamo) la politica con accanito disinteresse; detto in altre parole tiriamo a campare e ad assistere alle partenze e a qualche rinvio con rassegnazione mortale, sorprendendoci, poi, delle “cicatrici lunghe e oscure da curare” quando “ad ogni conta manca sempre un legno e un nome”. Quelli, come noi, che avvertono il senso della responsabilità e lo manifestano tentando di scrivere poesie civili possono anche essere audaci, secchi e spietati nel denudare e denunciare ciò che non va ma purtroppo non basta, sono soli e alla loro voce, che si

s-perde sul muro del vile dirimpettaio, risponde solo l’eco dei calanchi, sono voce leggera perché, spesso, l’anima si scinde dal corpo.

Ma non tutto è perduto perché “non è ancora la terra del ricordo” e le tue –Storie minime– con il loro slancio massimo ne sono una dimostrazione: non tutti “abbiamo dimenticato a dire di NO / a scendere in piazza per protesta” forse siamo come sparute mosche bianche (siamo rimasti in pochi), ma ci siamo e sappiamo apprezzare e condividere le tue parole di fuoco che si stagliano contro un “vuoto cadenzato di fiato e di corpo”. Le tue –storie minime- (mi) appassionano in quanto, a dispetto di tutto,  sono in movimento, sono proiettate verso un’alba che dovrebbe avere il sapore di una rinascita e che aspettiamo da molti, troppi anni ma che sembra, per una strana congiuntura astrale, non arrivare mai. Le tue poesie, inoltre, hanno il calore della vita e il colore del sangue, fervono di passione autentica, proprio come quella di chi non si arrende e va avanti per la sua strada, di chi sa che non è giusto stare “fuori dal coro, fuori dal giro”. Noi che, per scelta, abbiamo deciso di non andare ma di restare dobbiamo, soprattutto in questo lungo periodo transitorio, entrare nella mischia e lanciare “sassi” contro la sudditanza, contro ogni NO detto alla rinfusa, contro ogni SI che ci sotterra, perchè la società lucana ha bisogno di gente che sia spinta da una forte motivazione, che sia desiderosa di crescere culturalmente, condizioni imprescindibili per un cambiamento radicale e per un miglioramento della qualità della vita di tutta la nostra regione e non solo dei soliti padroni del vapore.

In definitiva, la nostra comunità non ha più bisogno di persone che sono arrivate senza essere mai partite, ma di gente che con le sue storie minime desidera vedere i colori dell’alba lucana».

Pisticci, agosto 2009

Giovanni Di Lena