M. Sammartino sulle “Storie minime”

Su La gazzetta del Mezzogiorno di ieri (giovedì 9 luglio 2009) è apparso una articolo-recensione al mio ultimo libro a firma di Mimmo Sammartino, dal titolo “Storie minime per dire di luoghi dell’anima e di addii”  (cliccare sull’immagine per ingrandire)

recensione maria pina ciancio

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Tra poeti e «poete» l’ultima silloge di Maria Pina Ciancio

da La Gazzetta del Mezzogiorno
Cultura e Spettacoli, domenica 6 luglio 2008

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Che la poesia debba cercarsi e darsi un’autorità che ne giustifichi il viaggio nel mondo è esigenza abbastanza diffusa nei poeti, in particolare nelle «poete», è spesso il tema stesso della poesia, questo interrogarsi sul suo senso e sul suo diritto ad essere.
Il racconto, se vogliamo, ha la sua autorità intrinseca nella possibilità che il lettore vi ritrovi facilmente le chiavi del suo riconoscimento.
Ma la poesia? Appunto. Chi mai potrebbe offrirle questa certezza? Lo scrittore, la scrittrice di poesia sa quanto esile sarà la sua voce nel mondo, quasi un respiro nella babele di voci e rumori del nostro tempo.
È qui, proprio nel porsi la domanda e nel darsi la risposta nella presentazione della silloge «La ragazza con la valigia» (LietoColle, 2008), che Maria Pina Ciancio scopre il senso e l’autorità della sua poesia: il radicamento nella sua storia personale «Vissuta. Esplorata. Ascoltata. Evocata. Immaginata. Rivelata.». È questo il nesso tra l’autrice e i suoi «angeli» ignorati.
La silloge, preziosa nella sua confezione da «libricino da collezione», tipica delle edizioni LietoColle, si propone già per questo come un «angelo», che non aspira ad altro che a trovare qualche buon lettore, qualche buona lettrice per mettere in comune «l’esperienza del disincanto e del dolore», dai quali si approda «alla pienezza consapevole e necessaria della vita (che è quasi una verità «rivelata»)», per scardinare ab origine la logica della corsa alle classifiche dei libri più venduti, e magari meno letti. I «profili che vivono una vita nascosta ai margini, dietro porte chiuse che l’incomprensione e l’isolamento, ma anche la disperazione, hanno trasformato in maschere mute», ripropongono una lettura dell’universo femminile che avremmo sperato di non incontrare più nei panorami urbani e poetici del nostro secolo, ma che proprio dalla loro perifericità traggono le ragioni del loro significato simbolico. Confortata nel viaggio in un’umanità dolente e disillusa dalla comunione con grandi scrittori, R. M. Rilke, Ezra Pound, Amelia Rosselli e Antonia Pozzi, l’autrice lancia davvero dure pietre nella quiete (?) delle nostre conquiste di donne.
Se in «Stese panni biancoazzurri», interrogandosi sul «perché in quella casa/dai tetti rossi/il tempo del presente era sempre altrove», denuncia l’impossibilità di sfuggire al destino dell’assenza, ancor più tragica è l’esperienza di Teresa, che «salta vittoriosa/tra le fiamme/e non sa che ha il piede destro/bloccato/in una trappola per topi.» Fabrizia, Maurizia, Carla, Matilde, Adalgisa e le altre sospese nell’attesa «che il treno arrivasse», sono tutte «ragazze con la valigia»: «Parte e riparte ogni notte/la valigia rossoazzurra/rigonfia di stracci/e lo sguardo di terra/annodato alla luna.».
Maria Pina Ciancio nulla concede alla retorica del dolore, nulla alla retorica della debolezza, questi percorsi di vita, infatti, hanno soltanto nella loro disperata realtà il lasciapassare verso la poesia.

Lorenza Colicigno

La narrazione del vivere con gli occhi di una donna

da LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
Cultura e Spettacoli, lunedì 23 aprile 2007

L’ultimo lavoro della scrittrice Maria Pina Ciancio

«Il gatto e la falena è un’altra opera che arricchisce e definisce, per certi versi, il percorso poetico di Maria Pina Ciancio e preannuncia un punto di svolta che vedrà evolvere la sua poesia nella già nota prosa poetica, dall’impianto sempre coraggiosamente lirico. Con questi versi perfetti e puliti, spogliati sulla pagina come l’ultimo frutto amaro di un viaggio sempre teso verso Sud, il frammento compie la sua funzione più estrema, lucida e a tratti psicoanalitica, traducendosi in una breve e rarefatta narrazione del vivere il mondo, il tempo e i luoghi con la prerogativa dell’essere donna.
Un viaggio iniziato da lontano e diretto al cuore delle cose, un orientamento sensibile che ne scopre e apre il senso fino a svelare il limite drammatico delle parole a cui il verso si aggrappa come ad ideali violati “Una fuga incognita e banale / per non scivolare ancora / dentro parole consumate e ambigue / chiuse in un transfert / divorante all’indietro”. Un manifesto femminile, dolce e spietato per la sua verità taciuta e urlata in poche pregevoli pagine, dove si aprono disorientamenti e conflitti prospettici fra un sentire e un esserci, e si cercano approdi in evoluzioni di spazio e movimento “Mi arrendo alle parole / sui sentieri / battuti dall’inverno/ ora che sale il giorno / e lo stormo prosegue / verso Sud.” Poesia ancora una volta decisa, verticale, vertiginosa, potente come fuso magmatico che trova consistenza e approdo in pochi rocciosi versi. Nucleare e autentica gioca a completarsi con titoli che a volte hanno la funzione dell’arciere, altre quella del bersaglio, procede con metafore vive generate da un silenzio sacrale, capace di dare voce alle contraddizioni di un tempo, di una generazione sempre in bilico fra l’andare e il restare, di una cultura saggia e incosciente allo stesso tempo, che vorrebbe spiccare il volo come una falena nella notte sui calanchi d’estate o rincorrere la leggerezza sempre perduta come un gatto steso sotto ad un sole violento. Ancora una volta grumi di vita e di storie ancestrali ci giungono da quest’autrice, verso cui non resta altro da fare che porgere il nostro sguardo più attento e il nostro ascolto più intimo.

Maria Luigia Iannotti

A Rionero in Vulture versi e musica nel reading di M. Pina Ciancio

da LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
Cultura e Spettacoli, martedì 5 dicembre 2006

Serata di musica e poesia nell’Auditorium del Centro Sociale «Sacco » del programma socio-culturale dell ’Associazione Culturale «La cetra e la Lyra ».
Nel reading di poesie, coordinato da Elena Schifino, Maria Pina Ciancio, docente di lettere, nata in Svizzera ma da genitori lucani, è apparsa in tutta la sua immensa e profonda lucanità, traboccante di quell’amore viscerale tributato alla Basilicata, dove è tornata a vivere all’età di sette anni. Nel presentare la sua inedita (dovrebbe essere data alle stampe nella prossima primavera) raccolta di poesie e prose, dal titolo emblematico «La ragazza con la valigia », che è, poi, una delle poesie declamate. «Parte e ritorna ogni notte/ la valigia rossoazzurra/ rigonfia di stracci/e lo sguardo di terra /annodato alla luna ». «Sono anch ’io figlia dell ’emigrazione », ha specificato la giovane docente-poetessa-scrittrice. Il dramma dell’emigrazione «dramma per chi parte e per chi resta, perché è più difficile rimanere, poi, nei nostri paesi, quando c’è gente che va via », ha sottolineato. È il tema di fondo, questo, il
filo conduttore di tutta la sua opera artistica, alla ricerca sempre delle radici storiche della lucanità. Intermezzi musicali sono stati offerti dal New Modern Trio (Sergio Leopardi al sax, Sal Genovese al basso elettrico e Mario Calandrelli, alle percussioni).

Donato Di Lucchio