FERNIROSSO WebBLOCK/ L’idea è che Natale sia Natale

Il mio contributo alla rubrica qui:
http://fernirosso.wordpress.com/2010/11/28/l%E2%80%99idea-e-che-natale-sia-natale-n16-maria-pina-ciancio/#comment-7331

 

Per chi volesse partecipare all’iniziativa:
http://fernirosso.wordpress.com/2010/11/25/lidea-e-che-natale-sia-natale/

F. Ferraresso su ‘Storie mimine’

in CARTESENSIBILI
Il PONTE sulla via DEL SALE
di Fernanda Ferraresso

E’ di Storie Minime, di Maria Pina Ciancio, per Fara Editore, che sto iniziando a percorrere i segni, legni pregni d’acqua, di neve filata dal cielo per lunghi periodi, lunghi quanto stagioni di migranza, senza fine, senza fine, “n’eva-rio” in cui tutto si addensa per poi s-correre altrove.

E ci sono battenti, porte,  cas(s)e,  armoniche di finestre e spioncini, stanze e distanze popolate, spesse di spiriti, a(v) volte di fantasmi d’ uomini e donne, di poeti e gente comune. C’è sempre, spesso, e spesso-re  il vento. Ti s’infila nella carne.  Corre su asfalti che, per le abbondanti nevicate e le picchiate lancinanti del sole, senti s-greto-lati, frantumati i greti di fiumi in p(i)ena, per le tante anime che vi transitano o sono transitate, lasciando la loro impronta, orma che si stacca, una suola da calzare, sul bi-tu-me che la incolla, a(t)terra, dentro una scarpa(ta) in salita, in cui attraversare   e c c e d e n t i   nevicate.

Morde, quella neve, ti gela le vene.  Nevicano  queste pagine, una neve a volte lieve e soffice, altre  più pesante come acqua caduta da volte di grotta, appena ghiacciata, da cui resti ferita dai fen-denti della memoria, vento caldo fiorito di cristalli dalla luminosità minima, ma precisa, schegge aguzze, acutissime e lisce, in quel gelo delle bolge infernali, in-ver-nate parole crude.

Ho parole calde e levigate
come strade d’asfalto stanotte
e un rivolo di sangue rappreso
in un vaso di paglia e terracotta
in cui custodire
semi di speranza e di certezze
per non morire ancora
senza corpo.

E poco prima aveva detto, quasi sospirando:

Hanno memorie le strade/ di Santi e mendicanti/ tracce di perdite e di incontri…

Ancora un’altra orma e vedi:

Sono carte geografiche/le piante dei miei piedi/ramificazioni di strade/che vanno e vengono/conoscono il tempo del ritorno/e il luogo generoso della sosta.

Anche se capita che:

Talvolta mi rimane indietro la strada /…/ Prendo fiato e torno con il piede/ nella neve (che s’allarga)

Tracce, sempre tracce, dovunque corsi di accademie non considerate e corsive segnature di università oltre il tempo:

Non ci sono statue nelle piazze di paese
ma solo una lotta di cani
(e angeli)
sull’asfalto gelato che si spella.

E in “frammento d’Inverno” la parola rovescia tutto il suo corpo, suono e taglio e sangue, morte che non si evita, è vita e si resta schizzati, s-porc(h)i, dentro quel macello dichiarato: rosso sul candido, bianco corpo della neve che dif-fonde la vena del sacro nel sacro,ventre e gola di un silenzio ancora una volta gravido, che es-pone il suo mostro.

Al mio paese d’inverno
la neve non era bianca
ma rossa di sangue di porco

Non c’è pagina dove la lotta non sia lotta per la vita, ed è comandamento, cui rispondere coi gesti, non con il fatuo sole di parole soffuse. Qui la parola spacca il ciocco delle ossa, un bosco curvo sotto il carico del freddo, freddo che pesa la vita. E manca il fiato, il petto resta schiacciato, sotto questi legni da bruciare, densi anch’essi di vene e neve:

Non basta indossare il vestito buono della festa per togliersi di dosso
i silenzi ininterrotti delle case o quelli dei volti incontrati ogni giorno
per strada mutevoli solo al gioco verticale delle luci o alle ombre dei pannistesi per strada che profumano di vita insieme al pane.

Pane e Pan, un panismo con cui mantenersi in vita, in un mondo orfico, sedi notturne e ghiacchiate, che del li-qui-do mare non sentono il richiamo. Da lassù, c’è il costato che sanguina, il cristo si fa minimo ogni giorno e di più, sempre di più, scompare, migra intridendo il cartone dentro le valige, spesse quanto la fede, antica, arcaica, arca in cui imbarcarci per sentieri oltre il nostro in-maturo con-fine, un mare al di là di quello solido dei monti.

E andando ancora per strada, allon-tanandomi da me in me stessa, ascolto le ultime voci che si liquefano, s f r a n g i a n o l ‘aria, teli di nuvola strappati tra i rami degli ultimi alberi, portati via come gli uomini, cresciuti su quelle zolle “tirate” con gli attrezzi della fatica, grande come le querce e come loro antica, lasciate a guardia del paese

…qui non importa a nessuno chi sei
importa soltanto con chi stai

Per ogni parola contro
ti lanciano un sasso
e poi ti schiacciano all’angolo
E’ così che resti solo con te stesso

Per noi che restiamo
la vita è una guerra senza guerra
senza elementi, né bombe
solo parola ubriache e smarrite tra le assenze
e l’erba già alta in mezzo al grano
della Pasqua.

Pasqua, dunque un germe di rinascita, un grano duro, dentro il seme della morte che, interrato, attraverso lei, ventre e calore del sangue in terra, in assoluto solare silenzio, nella disgregazione rivive e matura, es-tendendosi, da quell’ade a questi inverni in cui

la protesta ha bisogno di una passione e una stella danzante dentro gli occhi.

Una natività, nata dal buio di una cattività a cielo aperto, in cui si sta, tutti, come foglie.
Ma ci sono fiori tra le trincee di quella pelle d’animale, rosso sangue che schizza altre, storie nate da quelle che si lasciano sul foglio, spesso per paura o per pudore. Qui il pudore è onesta di parola che non è foglio, ma mano, lavoro, cose nate dalla quotidiana necessità.

E insieme agli uomini e alle donne ci sono gli animali, cani che se ne vanno per i viottoli o le vie semideserte, lasciando una scrittura di segni, orinando qua e là segnando porzioni di segnali a cui quel giallo accosta il bruciato o la senape più densa di un viaggio di sola andata/ una via di fuga forse/una morsa sfilacciata dalla resa. E anche le capre, animali domestici che però troviamo fuori, anch’esse soggette al vento, una tenace scrittura d’osso, il corno che c h i a m a permanente, innestato alla mente che vacilla, in quei pesaggi come scrittoi di un dio analfabeta che riesce a toccare il fulcro, i punti sacri e genera, vita e dolore, morte, abbandono spazzando tutto con il suo gesto inafferrabile.

Le partenze e i non ritorni sono cicatrici lunghe e oscure da curare.

Restano piazze spopolate, vi(n)coli che sanno ancora di neve, e sembrano le vene di un corpo unico, composto da quel pugno di vite chiuse intorno al vento. Si sente, il freddo qui, ti prende le ossa, senti quello scricchiolio che, ad un certo punto segnala quel non ritorno alla fioritura, la vita non può più essere (f)estiva, nemmeno l’amore riesce a miracolare un florilegio.

Non ti era bastato il mio amore
e neppure il mio pianto
Hai voluto fuggire prima del giorno
perché non vedessi
nel fondo degli occhi l’odore del viaggio

Ed eri un uomo d’onore
devoto a una donna e alla terra.

Non restano che le valige, l’emigrazione da una terra che non ti vuole, ad unache non sa il tuo nome, che non sa nulla di te e

Si arriva a un punto in cui non sappiamo più
dove orientare la voce
dove sederci ad attendere il silenzio
il passaggio della luce

E tutto stride, nella memoria che vorrebbe cancellare, o chiudere i cancelli del dolore, delle perdite, degli amici mai più rivisti, mai più abbracciati se non dentro, in quel vento che tutto rende minimo e ti scortica, ti ustiona, come gli orticai dell’abbandono, dove corre l’acqua di tante lavature, di panni, di piatti, giorni abitati tutti, in una vita i n te(r)r a.

30 giugno 2009

Fernanda Ferraresso

Fernanda Ferraresso su “La ragazza con la valigia”

da Fernirosso’s Weblog
arti nell’arte

“Siamo qui e altrove/ assotigliati al vento/ e alle parole (…) in mezzo al bianco/ che scandisce e svela/ i graffi e le ferite/ il premio inaspettato della luce”

Inizio quasi dalla chiusa, poichè la sosta avviene in prossimità di un’ uscita, anche se quella si rileva, ancora una volta quasi subito, un’ ulteriore partenza. La valigia è, in realtà, la casa intera ed è l’ insieme: di-stanze dentro le ossa, il nostro dna, il glob(ul)o del tempo nello spazio dell’esistere, non solo della singola esistenza. E’ principalmente questo, credo, che i versi di questa raccolta riescono a fiorire. Nell’interlinea tra la memoria e tue parole: lo stare di quelle dei “…santi”, quelli che definirei come Lari e Penati, nei reliquiari delle pagine di apertura.Tali divinità garantiscono ora quanto in passato garantivano ai nostri predecessori:la prosperità della casa e dei campi, erano parte integrante della vita familiare e si occupavano d’ogni attività dell’individuo. All’interno della casa, vi era un luogo, anzi il luogo del sacro, il fuoco dedicato a Vesta. Essa rappresentava, con la sua fiamma, la Vita. Per questo il fuoco non doveva mai essere spento. L’arduo compito era affidato alla mater familias. Di tanto in tanto, venivano gettate nel fuoco sacro delle briciole di pane. Credo che proprio questa sia l’ossatura su cui si regge la tua architettura poetica, che poi resta lavoro di quel campo in cui i semi da continuare a spargere sono la memoria di ogni altro lavorante e dei suoi raccolti. Parole radicate, nel terriccio umido di una storia ricca di humus di molte altre: vita di vite. Esplorare le radici non è cosa semplice, bisogna affinare sensi arcaici, bisogna per-mettere al corpo una muta (si deve cambiare pelle lasciando l’altra per strada, strisciando tra s a s s i, rischiando addirittura di lacerarsi, ma sono proprio le asperità che aiutano a completare la spogliazione. Non basta però eseguire questa trasformazione, serve, staccandosi da quella pelle, riuscire a guardarla, attraversandola in controluce, senza dissiparla, come fosse una mappa del cielo, limpidissimo, in cui le stelle sono celate, in piena luce (il premio inaspettato). Ecco, la serpe, meglio di qualunque altro essere, ha la possibilità di mostrare ciò che avviene in tempo di muta(zione). Scivola, la serpe, senza rumore, tra rocce grige, grigia anch’essa e vede, oltre se stessa, i colori delle maschere. Da una pelle all’altra del silenzio muto della carne, alla parola che si fa, per via, canto. RilKe rimanda a Cristina Campo, là dove “liso dal loro eterno saltare, questo tappeto” dall’altro lato del disegno, dove le magnifiche serpi si intrecciano, in realtà si intrecciano le vite, in un ordito che non ci è dato di vedere per intero, ma solo per frammenti, come la pelle della serpe, persa tra sassi e rami secchi. Il serpente, c’è da ricordare, è il simbolo del risanamento: il caduceo che identifica medici e farmacisti, è un segno di antichissima memoria. Ricorda chi lavora intorno al dolore, ne legge le scritture profonde, sempre abbandonate, infiltrate nel corpo dei globuli, nel sangue o nelle cellule che mantengono viva la vita, usufruendo persino della morte, sempre alla periferia di noi stessi, mai troppo lontana. Il serpente è anche simbolo del tempo, della ciclicità del tempo. L’anno solare si identifica come una serpe che si morde la coda (persino le mura della città, anticamente, venivano tracciate seguendo il senso del tempo, cioè seguendo il corso del sole, un fiume che continua il suo ciclo, senza interruzione, senza segnalazione che un cerchio, un anello, lo stesso simbolo delle nozze, poichè noi tutti siamo legati al tempo in una sola cerimonia nuziale, di cui appunto il tempo ci è con-sorte). Il tempo si mangia la coda, cioè si autodemolisce e si autoriproduce, nutrendosi di quel se stesso che ha corpo in noi, tutti, proprio come salta alla vista, percorrendo il corpo di questi versi, che hanno il visus di Adalgisa, Nina, Marta e altre donne ancora, una lunga fila, come fossero sempre una. Un po’ come accade con ADAMO, in cui è già racchiusa la promessa del Messia, uomo perfetto, chiamato a restaurare l’intera umanità nella sua integrità. Per la tradizione rabbinica, l’intera promessa è inscritta già nelle lettere del primo uomo, Adam: nella A si trova inscritto Adamo, l’uomo primitivo, creato da Dio nella perfezione dell’Eden. Nella lettera “da” troviamo inscritto David, come tipo del Messia, uomo vero davanti a Dio e agli uomini, nell’ultima “m” si delinea la promessa definitiva: il Messia, che rivelerà quale fosse la perfezione voluta da Dio per la sua creazione. Davide è l’anello di congiunzione fra il primo e l’ultimo uomo, fra il primo e l’ultimo Adamo – Cristo – Tutta la vita di Davide nella gioia e nel dolore, nel peccato e nella pietà verso Dio, diviene liturgia e ogni uomo è pietra di quel tempio che il Signore ha benedetto in eterno e che vibra al suo passaggio. Quel tempio santo che noi cristiani vediamo già glorificato nel corpo del Risorto, il Messia, l’Emmanuele promesso, che è discendenza di Davide è insieme Dimora di Dio in mezzo agli uomini. Non è un caso che il libro dell’Apocalisse, ultimo libro della Scrittura, termini con la promessa dell’adozione offerta a Davide, ormai aperta ad ogni figlio di Dio: Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. Eppure, in queste pagine scritte in una discendenza declinata al femminile, si ribadisce la stessa tensione, brucia la stessa fiamma da cui il corpo impara se stesso, impara la carne da cui nasce. “Tu sana/venata di sole/porti sul grembo il cielo tutto azzurro…” Parte da un eden stracciato e ritorna coi fili separati, quindi pronti a ritessere trama e ordito, prendendo i vecchi di-segni, ri-ordinati in carte e cataloghi interiori, impossibili da dimenticare, poichè è il corpo, la sacca che tutti li contiene ( il continente in cui muovere, che ci muove lungo le sue vie). Le parole della scrittura come pietre, le stesse che il dio Hermes ha donato agli uomini e che gli uomini gli hanno riportato in costruzioni di cui ognuno è pietra con la sua stessa vita (tanto quanto appare nei Salmi di Davide). Il viaggio è lungo, tutti gli uomini e tutte le creature, i sogni, le paure e i misteri che l’universo con-templa in ciascuna generazione “dei” suoi esseri, e non ha soste, la vita (non) si inceppa nella “nostra” vita e non c’è treno che arrivi presto, se non in un immaginario che si isola in un quadro surreale. Andata-ritorno senza tornare mai nello stesso luogo, nello stesso sé, poichè il terreno è minato e la scrittura segna il suo percorso disinterrandolo, cancellando, franando i piccoli ponti che credeva di avere eretto facendo fondazione sulla lettura di cui si crede composta, fino al collasso della visione. Le rondini sul filo, sillabe sulla riga che si costruisce sulla bocca-fiato-bracere della vita che, intanto, ci tra-passa coi suoi p(a)esi gravi(di) di forme. E l’autrice-nutrice? L’autrice è Estia: la dea del fuoco che arde in ogni focolare rotondo. Ancora una volta a chiudere quel cerchio, da cui non ci si era allontanati mai. Figlia primogenita di Crono e di Rea (Era, ancora una volta circolarità e riflessione, scambio del senso) in una perfetta in-perfezione che tutt’ora vive in ogni cosa, dalle pozzanghere allo specchio, al silenzio carico di mute/voli voci-echi di chi sembra scomparso ma, in realtà, continua a bruciarci e ardere dentro noi come un segno nel cerch’io.

Fernanda Ferraresso