Un’intervista di Griselda Doka sul tema della migrazione nelle ‘ Storie minime ‘

“Storie minime” è stato il libro vincitore del Premio Internazionale di Poesia della Migrazione “Attraverso L’Italia 2014”. L’intervista che segue si è tenuta in occasione della serata di premiazione, al Ridotto del Teatro Rendano di Cosenza, il 7 dicembre 2014.

D. Tutti abbiamo apprezzato la profondità e la sensibilità delle sue Storie minime. La raccolta sembra essere ambientata in quelli che lei definisce “luoghi dell’anima”, che ripercorre e riporta alla luce seguendo con pazienza una traccia interiore alla quale si somma la sua esperienza personale. Le vorrei chiedere come questa personale esperienza migratoria arrivi a ridefinire la percezione stessa dei luoghi che descrive.
R. La Lucania è la terra del sud dove sono ritornata negli anni ’70 e dove fin da quand’ero giovanissima, viaggio alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza (paesi, vicoli, piazze, fiumare, boschi, calanchi), quelli solitamente trascurati dai flussi turistici e di massa, in un percorso di riappropriazione dell’identità e delle radici. Ecco, credo che quest’esperienza e un grande amore per i nostri luoghi, mi ha consentito di restare e di non ripartire ancora.

D. Lo spaesamento − spiega in un passaggio − ecco cos’è: un tempo in cui le mani non sanno più se stringersi a pugno o fermarsi distendersi a ramo sul cuscino; l’idea residuale che la poesia ammette sembra essere quella di una realtà riconducibile alle cose estranee, quasi dominata da esse. Come queste cose partecipano al suo modo di scrivere?
R. Dopo aver vissuto l’emigrazione degli anni ’70 (come figlia di genitori emigrati all’estero) e il difficile ritorno nei luoghi d’origine, mi sono ritrovata a vivere la nuova emigrazione del 2000 che ha (ri)spopolato i nostri paesi del sud. Uno spopolamento e uno svuotamento di anime e di cervelli questa volta. Questo libro racconta l’emigrazione vista con gli occhi di chi resta e non il contrario, come solitamente accade. Lo “spaesamento” di cui scrivo è lo smarrimento, il silenzio, la dimenticanza, la lotta -a tratti disperata- tra impotenza e speranza, resa e riscatto.

D. La sua attività di poetessa è già ricca e articolata. Come sta cambiando la sua poesia rispetto ai suoi esordi e alle raccolte precedenti? Quali sono i fattori che − eventualmente − hanno indotto tale cambiamento?
R. Le primissime esperienze di scrittura sono state più intime ed ermetiche, poi, la “terra” e il nostro “sud” hanno iniziato ad essere il filo conduttore di tutti i miei scritti. Lo sguardo si è fatto più lucido sulla realtà e sul mondo che ci circonda. Non si può vivere qui senza aver fatto i conti con il sentire collettivo che ci circonda. Né “La ragazza con la valigia” ho interpretato la marginalizzazione sociale ed umana del ruolo delle donne, in “Storie minime” l’emigrazione di ieri e di oggi dai nostri paesi.

D. So che lei è molto attiva nella promozione della scrittura, sia attraverso le sue diverse pubblicazioni e le partecipazioni a giurie prestigiose e sia con l’attività di LucaniArt. Ci vuole descrivere più in dettaglio le attività di questa associazione e il ruolo che ricopre all’interno di essa? In che modo questa attività si lega alla sua idea di poesia?
R. L’Associazione Culturale LucaniArt che nasce nel 2007 dall’incontro di un gruppo di amici con la passione per la letteratura e la poesia ha lo scopo di promuovere e diffondere sul territorio regionale e nazionale l’arte, la letteratura e la cultura lucana, mirando soprattutto alla contaminazione e alla divulgazione delle opere dei giovani talenti nel campo della poesia, del romanzo, dell’arte pittorica e fotografica. Si avvale di un sito web autogestito, dove si condividono esperienze, si promuovono attività riflessione, di confronto e di scambio. Da qualche anno l’Associazione opera anche attraverso un nuovo progetto letterario, la pubblicazione di plaquette letterarie artigianali a carattere conoscitivo e divulgativo di autori lucani e non solo.

D. Nella postfazione di Massimo Sannelli si legge che la sua poesia è riconducibile a uno “stile-passione praticato”, simile alla poetica di Rocco Scotellaro. Che importanza assume sul piano identitario e poetico questo riferimento dichiarato alla poetica del grande scrittore di Tricarico?
R. Potrei dire che Rocco Scotellaro è un poeta che ammiro fortemente, così come altri grandi padri spirituali del nostro sud, ma sarebbe riduttivo. Rocco Scotellaro, in quanto figlio della nostra terra lucana è uno scrittore che sento in modo innanzitutto fraterno, per il suo stare “dentro le cose” e per la sua esperienza attiva e di vissuto in questa terra condivisa, che conserva ancora accanto alla modernità, forti tratti di tradizione ed arcaicità.

D. Infine, quali sono i suoi progetti in ambito culturale e letterario? Ha in cantiere altre raccolte?
R. Mi piace condividere con voi la notizia che dopo cinque anni di silenzio è appena uscita la mia nuova raccolta poetica per i tipi dell’Arca Felice, dal titolo “Assolo per mia madre”.

(a cura di Griselda Doka, Dottoranda di Ricerca presso Università della Calabria )

fonte: http://migranzeletterarie.wordpress.com/

La motivazione del Premio Internazionale della Migrazione ‘ Attraverso l’Italia 2014 ‘

«Il senso di spaesamento e di precarietà che deriva dall’opera di Maria Pina Ciancio dà vita a una poesia che reclama la sua sofferta appartenenza alla terra d’origine, la Basilicata. Perché sofferta? Perché tale senso di appartenenza deve fare i conti con l’esperienza della nuova realtà nella quale l’autrice vive. Questa realtà individuale reagisce (e ciò si percepisce continuamente nei versi della Ciancio) con uno spirito collettivo ad essa complementare. La reazione che ne deriva rivela un’estetica legata a doppia mandata con la ricerca quotidiana e paziente operata consapevolmente in seno al mondo circostante. Da tutto ciò la poetessa intende desumere un’idea residuale (che costituisce il nucleo vero e proprio dei suoi versi) che sia trasmissibile attraverso gli affetti, i valori riconosciuti della comunità cui appartiene e la sua stessa esperienza. È a questo insieme di fattori che la Ciancio accosta la figura e l’idea di poesia di Rocco Scotellaro in modo che risulti ancor più evidente la correlazione tra il suo piano identitario e la strenua volontà di resistere ad esso».

Motivazione per “Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro”, Maria Pina Ciancio (Fara Editore 2009), libro vincitore del I° premio per la sezione opere edite (II Edizione, 2014)

Il comunicato stampa della serata: COMUNICATO STAMPA

Abitati dentro da un paese e da una valigia. Le storie minime di Maria Pina Ciancio

da La casa dei doganieri
Rivista di libri, lettere, arti – Anno II numeri  2-3, Firenze maggio dicembre 2009
Direttore responsabile: Vincenzo Crescente, lacasadeidoganieri@alice.it

Abitati dentro da un paese e da una valigia.
Le storie minime di Maria Pina Ciancio

La sensibilità di Anna Ventura interpretò il tema del distacco in questi termini: “Non chi parte ma chi resta parte davvero”. Maria Pina Ciancio, al contrario di quelli che sono partiti, è nata in Svizzera ma è poi tornata nella terra d’origine, la Basilicata, dove oggi vive. Basilicata o Lucania? Già nella scelta del nome della regione, si coglie il tema di fondo del suo ultimo e intenso bel libro di poesie, dal titolo Storie minime (Fara editore), con il quale conferma il suo notevole talento letterario e la sua scrittura, libera dal versificare barocco e autoreferenziale. Ne avremo prova anche nell’antologia Il segreto delle fragole (Lieto Colle, a cura di Luca Baldoni e Elio Pecora), in corso di pubblicazione, alla quale Ciancio partecipa affrontando il tema de “L’Italia e la fatica di amarla”. In ‘Storie minime’ il tema di fondo è lo “spaesamento” ( “Lo spaesamento, ecco cos’è:/ un tempo in cui le mani non sanno più/ se stringersi a pugno/ o fermarsi/ distendersi a ramo sul cuscino”).
La scelta semantica sottolinea la dimensione esistenziale di quella realtà che è “il paese”: nel mondo urbanizzato, dove dal 2007, più della metà della popolazione mondiale vive nelle città, questa dimensione che assurge quasi a parametro bucolico nelle regioni dello sviluppo storico, ha altrove e in modo diffuso i tratti scarnificati delle pareti scolorite, delle fessure nei muri, delle strade vuote e battute dal vento, dei paesi da cui troppi – per mille motivi – sono partiti e pochi sono restati partendo davvero, cercando un senso, per quelle strade, al loro restare lì. Dopo un po’ ci si accorge che “le pietre della casa sono grandi libri chiusi/ hanno polvere spessa lungo i bordi/ e ci nascondono alla vista i fantasmi/ e l’ombra sfilacciata di noi stessi”.
E’ significativo che aleggi tra questi versi lo spirito solare e sfortunato di Rocco Scotellaro che cantò e interpretò col suo vivere l’emancipazione del paese e dei suoi abitanti, semmai pensando a un rientro di chi era partito quando quelli che restavano erano comunque tanti. E tuttavia già lui fece esperienza dello spaesamento, quel “capostorno” rimasto a metà, assopito a Pozzuoli (“Io sono un filo d’erba/ un filo d’erba che trema./ E la mia patria è dove l’erba trema”). Partì anche lui, ma questo è un tema che esula dalla ricerca di Ciancio. La domanda di fondo è: “Che senso mi do in questo luogo dove – per mille motivi speculari a quelli di coloro che sono partiti – devo restare?” La risposta è forse più presente nel precedente La ragazza con la valigia (Ed. LietoColle, 2008), partita e ora ritornata. Ma qui, nelle Storie minime, Maria Pina non lo dice. Prima ci sono quelle strade dove alla porta si bussa per aprire sapendo che ci apre il fantasma di chi ci era ieri, talvolta quelli che ci hanno generato ed amato. E’ lo spaesamento perché gli altri abitano nella nostra testa ma non li possiamo abbracciare, se non con il cuore. In Ciancio, in particolare, la figura del padre, nel suo ricordo e nella sua presenza-assenza, si unisce al timore di restare senza traccia. Resiste la vita insieme al pane, le preghiere e gesti di tenerezza.
“Voglio vivere nel mondo, non dietro un muro, voglio vivere nel mondo, non dentro la mia testa”, cantava, non molti anni fa, un artista sensibile come Jackson Browne. Non è facile:

“Mi abitano i paesi spopolati/e il vento – scrive Ciancio – la luce che scorre in un istante/ e frana nella crepa dei calanchi/ nella carne”. Nelle lunghe giornate invernali “ci assale la nebbia nella piazza spopolata/ a smussarci i contorni e gli spigoli degli occhi”. Giornate nelle quali, anche d’estate, “… facciamo percorsi lunghi/ per ritornare sempre all’inizio…”.

Il paese è quello delle alture, è una sorta di montagna incantata, dove si rincorre l’epica del ricordo: “Da quassù – scrive Maria Pina – non sappiamo pensarlo/ né amarlo il mare/ Abbiamo bisogno di appoggi e ripari/ (un albero, un sasso, un nido di poiana)/ di ascoltarci a distanza/ il rumore dei passi.
Altrove l’autrice osserva: “I nostri paesi sembra che a volte non hanno più sguardo. Li attraversi di giorno, di notte, al mattino presto, tra le case chiuse, le piazze spopolate, nei vicoli che sanno ancora di neve, e senti nell’aria la lama lucida e spietata della resa… Ci siamo dimezzati” (prosa 1). C’è un tratto generazionale, condiviso da quanti hanno oggi intorno a quarant’anni e che sono figli dell’emigrazione, che portano nel cuore la presenza di più mondi e di più tempi e, volenti o nolenti, sono costretti alla ricerca di una loro composizione. Per chi ritorna in paese, l’impatto è pesante, soprattutto con quelle consuetudini che sembrano non potere essere scalfite. “A quarant’anni ecco cos’eravamo:/ quelli fuori dal coro, fuori dal giro/ fuori da tutto/ qui non importa a nessuno chi sei/ importa soltanto con chi stai”. Tanti sono partiti e quando ci si conta “manca sempre un legno e un nome”.
E’ un libro bello quello di Maria Pina Ciancio, perché, oltre ad essere ben scritto, è composto di pagine che non fingono, che sono vere. E’ la testimonianza di chi cerca sé negli altri e per fuggire il demone spaesante del ricordo, deve prima guardarlo in faccia per giungere a cacciarlo, dissiparlo. 18 i testi, di cui due prose e quattro poemetti (il I in 10 parti; il II in 11; il III in 6; il IV in 9). Altra era invece la struttura de La ragazza con valigia: tre sezioni, con le nove poesie de Lo sguardo di terra annodato alla luna, le quindici de Il filo delle rondini nere di ritorno e le tredici de Il premio della luce. Ci sono storie di destini ma anche di vite che sanno dire no al programma tracciato, a causa del quale nelle case “il presente è sempre altrove” e le carezze sempre senza cura.
Nina, ad esempio, “viveva sola e si burlava/ delle mie paure e dei miei amori/ La cercai dappertutto… a trent’anni la scoprii col cappotto/ che spiava il Mondo dalla serratura della porta” o Fabrizia che “ha diritto a stare zitta/ o a naufragare tra i contorni/ generosi del rossetto/ non era ancora l’alba quando perse sua madre/ un mazzo di chiavi arrugginite/ nel catalogo delle amiche/ di suo padre”. Un’altra protagonista solitaria vive, come su accennato, nelle stagioni sospese del tempo (un rischio evidenziato in Storie minime), una storia come questa: “Stese panni biancoazzurri/ al filo delle rondini nere/ di ritorno/ e rimase immobile, scarmigliata dal vento/ i capelli e i vestiti graffiati/ da carezze senza cura/ chissà perché in quella casa/ dai tetti rossi/ il tempo del presente/ era sempre altrove”.
C’e’ anche una “ragazza con la valigia”, quasi un ritratto dell’ingenuità che vince il destino e che presiede al racconto delle vite di Adalgisa e Carla, Nina e Marta e, ancora, di altre otto figure femminili. Carla, in particolare, che “era sempre stata/ una brava moglie/ casa-lavoro casa-lavoro/ routine, parenti, litigi,/ ma un giorno di marzo/ il vento le prese il grembiule/ e lei lo rincorse felice/ e senza rimorso”.
Non c’è fatalismo in Maria Pina Ciancio, ma il ritratto di chi il fatalismo lo ha accettato o subìto e la prospettiva di chi lo ha rigettato, conseguendo “il premio inaspettato della luce”, proprio come quella ragazza con la valigia che “scese dall’autobus… e sorrise/ con le mani lievitate di terra e luna/ sorrise”.

Michele Brancale

A. Gnerre sulle “Storie minime”

Sulla rubrica dello ” Scaffale letterario” del Il settimanale cattolico – Il Ponte dell’Irpinia in data 11-7-09 è apparsa una recensione  alle “Storie minime” dal titolo: “Quelle valigie di cartone cotte al sole” (a cura di A. Gnerre)

emigrazione

•   scarica il PDF qui  Il ponte dell’Irpinia, Storie minime di M. P. Ciancio

• oppure per una migliore visualizzazione consulta la pagina Fara blogstop

(recensione – biografia – testo poetico scelto)

V. D’Alessio su “Le storie minime”

in LucaniART Magazine

La” questione meridionale” è oggi nella mani della poesia

Quando, in tempi di profonda solitudine umana come quelli che viviamo, giunge da un editore, non posizionato nel cuore del Meridione, un libro pieno di quella forza meridionale che riscalda le notti fredde del Nord di qualsiasi luogo conosciuto, e si avvale del contributo storico/critico di un poeta genovese nella postfazione, vuol dire che “La Questione Meridionale” non è più nella mani della politica: è oggi nelle mani della Poesia.

Finalmente le idee possono rifiorire nella mente di che legge questi versi. La Poesia ha trovato il solco in cui incanalare gli sforzi sostenuti dagli autori del Novecento, appena concluso, uniti alle nuove energie dei contemporanei. La raccolta della poetessa Maria Pina Ciancio “STORIE MINIME” (Fara 2009) racconta il corso di questi avvenimenti: c’è la figura paterna cara a Scotellaro e Sinisgalli; i paesaggi lucani illuminati dal poeta Alfonso Gatto (del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita) nei suoi articoli per “Il Giornale del mattino” di Firenze; la semplicità delle genti lucane e delle tradizioni care a Teresa Armenti; la storia dei vinti descritta dal bel romanzo “Il padre degli animali” di Andrea di Consoli.

Gli accordi armonici nella partitura di questa raccolta non hanno bisogno di troppe metafore: raggiungono l’immediatezza attraverso la “nudità” degli occhi della poetessa proprio come ha indicato Sannelli in postfazione: “quindi i testi dovranno essere innumerevoli, e riscritti nervosamente, sempre adottando tecniche diverse, quasi separate, anche sconvolgenti” (p.42). Diventano attori protagonisti delle composizioni in raccolta il vento, la neve, il buio, la notte, il viaggio. Una malìa che prende il lettore e non lo abbandona; uno spaesamento che rende invisibili i luoghi veri e traduce le immagini poetiche in luoghi senza tempo. Un misto tra paura ed incanto. Per molti motivi la scrittura di questo lavoro mi porta alla mente quello del poeta italoamericano Luigi Fontanella dal titolo “Terra del tempo” (Book, 2000).

“Mi abitano i paesi spopolati/ e il vento” (p.13) scrive Maria Pina, “Tra paese e città la terra nuda, il silenzio della campagna/ e una voce quanto più lontana”, scriveva Rocco Scotellaro nel suo “Viaggio di ritorno” negli anni cinquanta, sembra che nulla cambi in Lucania. Nulla cambi al Sud della nostra bella penisola. Partono e restano. Stupidi e furbi. Buoni e violenti. Sembra un meccanismo che non smette di consumare vite umane, destini unici: “Sei fuggito scalzo/ di notte/ un tozzo di pane e una pera/ come mio padre, mio figlio/ e pure l’altro fratello” (p.17). Al nostro Sud sembra che non resti altra alternativa. Eppure c’è la stessa terra che ha sfamato uomini per migliaia di anni; la stessa terra che ha raccolto migliaia di salme; la stessa terra che ingoia i figli nella dimenticanza. Non è la terra cattiva, sono gli esseri che la popolano; l’ipocrisia che regna; la fame che comanda; i politici che nel loro potere sono simili ai violenti. Chi si oppone deve solo andarsene. E non è solo il potere civile, c’è anche quello clericale.

I motivi di dialogo con la nostra poetessa, attraverso i suoi versi, sarebbero tanti. Tanti sono anche gli spunti di ripresa dei moti antichi (anche se sono passati solo trent’anni) di vita semplice, sana, dignitosa, contadina. Quasi c’è da vergognarsi a riesumare questa figura: fantasma distrutto dalla sete di città, dal rapido progresso industriale; dallo spopolamento interno verso “il benessere” fallito delle città costiere, dei nuclei industriali a tutti i livelli; del sacrificio di interi territori a vocazione agropastorale. Veramente la posizione della persona di cultura al Sud è di isolato, di solitudine. Veramente coloro che scrivono poesie, frequentano l’Arte, sono ancora “i filosofi” perseguitati dai politici borbonici: “Restiamo così al freddo dell’inverno/ che ci stacca l’intonaco dai tetti/ e il tempo del presente da noi stessi” (p. 28).

Vorrei dire che la Nostra ha adempiuto perfettamente al suo proposito “Vedi figlio ho imparato la sua voce” (p.39) parlando di Rocco Scotellaro. Direi che con questa prova storico geografica, il continente lucano di Scotellaro ha ripreso a girare in perfetta armonia con questa bella invocazione: “Cantate, che cantate?/ Non molestate i padri della terra” che il poeta sindaco dedicava ai poeti e a se stesso. Ma non basta. Questa è un’altra voce nel coro di quanti amano e scrivono per fare in modo che i mille rivoli poetici del suditalia raggiungano l’Europa disattenta. Noi abbiamo fame di Giustizia, di lavoro, di Gioventù. Siamo addolorati nel vedere i migliori ingegni andare lontano dalle nostre aule scolastiche, dagli ospedali, dai ruoli vitali delle realtà urbane. Basta con i furbi servi dei politici. Noi siamo rimasti la turba dei pezzenti, quelli che per tutta la loro esistenza continueranno a strappare, a padroni e politici, le maschere coi denti.

Vincenzo D’Alessio

A Rionero in Vulture versi e musica nel reading di M. Pina Ciancio

da LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO
Cultura e Spettacoli, martedì 5 dicembre 2006

Serata di musica e poesia nell’Auditorium del Centro Sociale «Sacco » del programma socio-culturale dell ’Associazione Culturale «La cetra e la Lyra ».
Nel reading di poesie, coordinato da Elena Schifino, Maria Pina Ciancio, docente di lettere, nata in Svizzera ma da genitori lucani, è apparsa in tutta la sua immensa e profonda lucanità, traboccante di quell’amore viscerale tributato alla Basilicata, dove è tornata a vivere all’età di sette anni. Nel presentare la sua inedita (dovrebbe essere data alle stampe nella prossima primavera) raccolta di poesie e prose, dal titolo emblematico «La ragazza con la valigia », che è, poi, una delle poesie declamate. «Parte e ritorna ogni notte/ la valigia rossoazzurra/ rigonfia di stracci/e lo sguardo di terra /annodato alla luna ». «Sono anch ’io figlia dell ’emigrazione », ha specificato la giovane docente-poetessa-scrittrice. Il dramma dell’emigrazione «dramma per chi parte e per chi resta, perché è più difficile rimanere, poi, nei nostri paesi, quando c’è gente che va via », ha sottolineato. È il tema di fondo, questo, il
filo conduttore di tutta la sua opera artistica, alla ricerca sempre delle radici storiche della lucanità. Intermezzi musicali sono stati offerti dal New Modern Trio (Sergio Leopardi al sax, Sal Genovese al basso elettrico e Mario Calandrelli, alle percussioni).

Donato Di Lucchio