Maurizio Soldini recensisce l’Antologia poetica “ORCHESTRA n.3”

Orchestra. Poeti all’opera numero tre, AA. VV., Antologia a cura di Guido Oldani, LietoColle, 2010

L’Antologia “Orchestra” è curata da Guido Oldani con i contributi di Alessio Alessandrini, Martha Canfield, Maddalena Capalbi, Maria Pina Ciancio, Salvatore Contessini, Antonio Fiori, Vincenzo Mascolo, Augusto Pivanti, Margherita Rimi e Anna Toscano. Ci troviamo davanti ad un piccolo libro di non più di novanta pagine, che offre un assaggio della produzione inedita di dieci poeti della scuderia LietoColle, che sono stati chiamati a far sentire o ri-sentire le loro voci nella possibile imminenza (come auspico) di una loro ri-proposta più adeguata. Più adeguata nei termini dell’estensione di quanto offerto, che si gioca qui in una media di cinque poesie per ciascun autore. Troppo poco per poter dire qualcosa, che non si franga sulla frammentarietà del giudizio legato a quella che Oldani stesso riconosce come la frammentarietà o meglio “precarietà”, per quanto “nobile”, che contraddistingue come “cifra essenziale e vitale” questa antologia. Frammentarietà non solo spaziale, ma anche di canone, di stile, di momento storico, riverberato su quello che siamo anche dal punto di vista letterario, e quindi nel contenuto, nella forma, che si situano in una dimensione tipica del poeta contemporaneo, che potremmo identificare in una epocale aporeticità, intravista pure dal direttore di questa Orchestra, Guido Oldani, che non ha titubanza nell’affermare nell’introduzione: “I nostri poeti sono sulla soglia, come se ci volessero entrare o come se la stessero per lasciare interamente”.

Non potendo  entrare nel merito delle poche e insufficienti vocalizzazioni di ciascun autore, nel leggere di un fiato il piccolo volume e nel rileggerlo ancora per cercare di sottolineare le prime impressioni ho colto nella piacevole orchestrazione generale lo spiccare di tre voci: quella di Salvatore Contessini, in particolare, e quelle di Anna Toscano e Maria Pina Ciancio, senza voler nulla togliere agli altri orchestrali.

L’ascolano Alessio Alessandrini si immerge in malinconiche riflessioni, attraverso una fotografia, genealogie contemporanee, meteorologia e residui organici, sul fuori e dentro di noi, invischiati tra psicologismo e simbolismo, da cui ogni tanto emerge il corpo come un iceberg spuntato, che ci conduce in una narrazione prevalentemente prosastica nella quale trionfa un pessimismo senza possibilità di ritorno: A passarci la mano non resterebbe/ che quello che davvero altro non siamo:/ lunghi neri peli, inopportuni,/ ceneri che si frantumeranno./ Residuo organico di un corpo/ in amore che non potevamo.

Martha Canfield con un lessico fluente e libero da pastoie, aiutata dalla sua immersione nella lingua e nella cultura ispano-americana, ci conduce in piacevoli conversazioni con le quali si rivolge ad amici, poeti, etc. La sua parola, atteggiata più che altro a prosaicità, è ben calibrata, asciutta, fluida, dorata dalla solarità, scaltra nel fermare parole e sensazioni passate, abitata da un senso forte della relazione e del dialogo, che cercano e rafforzano amicizia e nell’amicizia trovano ottimismo e felicità; l’amicizia forte e resistente allo stesso modo della parola poetica, le quali  restano al di là dell’esistenza. E la parola poetica della nostra Canfield è come la fragranza della sera: “L’intensa fragranza della sera/ con lento volo si diffonde/sopra la terra immobile,/ forse soffiata dal monte,/ forse convertita in carezza/ dall’aria che comincia a muoversi”.

Maddalena Capalbi, ormai milanese, proveniente da Roma, si esprime in un dialetto romano, che non è più quello di adesso, della metropoli del terzo millennio. Una poesia dialettale che ritorna a stilemi a metà tra Belli e Trilussa, dove ritroviamo l’ironia e l’acutezza del popolo romano di sempre, quel popolo romano e quella città, che, nonostante vari problemi, “e la città santa s’annisconne/ pe fa comunella co li gradassi/ e na manica de smargiassi,/ storia vecchia come er cucco/ storia che ce fa fenì de brutto.”,  probabilmente manca alla nostra poeta e fornisce un alone nostalgico intriso di ribellione alla sua poesia.

Maria Pina Ciancio è voce solida, ben impostata, caratterizzata da un senso della liricità che ormai, purtroppo, è quasi al tramonto nella nostra epoca e pertanto difficile da trovarsi nella poesia attuale, giocata quasi tutta al gioco dei minimi termini, dell’elenco di cose.  Consapevole di una forte tradizione letteraria e poetica, legata alle voci più alte del nostro Novecento, come Montale e Ungaretti, di cui si sente il vento che spira tra le righe nei versi della nostra poeta, veniamo catapultati in un versificare leggero, musicale, che evapora in una apparentemente inconsapevole nettezza di profondo senso ed elevato contenuto, dove si gioca il significato della nostra esistenza, nella quale capita spesso d’impuntarci, di essere colti da un crampo che ci fa restare nell’aporia, la quale può essere risolta soltanto ed esclusivamente dalla parola poetica che ben conosce la tempistica dell’esistenza: “Ci impuntiamo talvolta/ in quel tempo meridiano/ del gesto irripetibile/ C’è per tutti una soglia/ sarà lo sguardo distratto/ la parola che manca/ il respiro della vita/ attorcigliato su se stesso/ O forse sarà che basta un passo/ una frenata brusca/ un colpo di tosse/ un grumo di silenzio/ sciolto in bocca/ Prima del corpo saprà la parola/ l’istante esatto dello scatto”.

 Il poeta romano Salvatore Contessini non è certamente una scoperta per chi lo conosce già, per chi conosce la sua poesia. Poesia che qui dimostra un’ulteriore maturazione formale e sostanziale nello stesso tempo. L’acribia contessiniana si fa sempre più pervicace in un verso libero, ma ostinato nella musicalità di endecasillabi, settenari e soprattutto novenari, che rappresentano la cifra stilistica prepoderante del nostro autore, che con secca dizione articola la parola in un melodico arpionamento del significato, come ad esempio: “Ancora il nulla vezzeggiato/ tra refoli di vento greco/ e ondine di sirene renitenti/ é legno di deriva aperta/ quando il pensiero muta/ nella parola che trasmigra.” Se la forma é un pezzo forte della poesia di Contessini, non da meno la sostanza, contenuta in una dimensione crittografica alla quale siamo abituati. Poesia per iniziati, dunque? Assolutamente no. Poesia per la poesia. Poesia per l’uomo. Poesia naturale per l’indole umana, fisica e nello stesso tempo metafisica, senza dualismi, in un embricarsi di fisico e metafisico, ma dove dualmente ( non dualisticamente ) prevale il metafisico. Lì dove a prevalere non é il dato empirico, materiale, ma l’ipostatizzazione del senso di apertura all’oltre, oltre perfino dell’essere, nella realtà del luogo dove non si dà la possibilità dell’aporia. E la porta per l’oltre abita nella parola. Dove esiste un continuo rimando a interpretazioni sempre nuove e comunque mai definite, sia quando sono in gioco sensazioni, visioni, percezioni, sia quando ci sono in gioco stagioni, luoghi, tempi, vigne, cime, mare, nulla e essere, buio e luce, giorno e notte, qui e altrove. Il tutto in un forte intreccio con i vissuti, che possono essere dell’autore come del lettore. Ed é, a mio parere, in questa dimensione crittografica, dove si dà la possibilità ermeneutica, che é presente il vero senso della poesia, come il senso della vita, entrambe reciproche metafore. Con una finalità nascosta che necessita di essere svelata, quella di far approdare il corpo alla purezza immateriale della luce, la parola alla poesia: “Non so se il corpo ha emesso il viaggio/ o scampoli di mente tornano ai luoghi/ fermo soltanto un punto/ come se fosse un ente:/ guardo dal finestrino fondere spazio/ dissolvimento successivo traslucido in purezza”. 

Antonio Fiori, poeta sardo di Sassari, ci concede, sulla scia della poesia di Bertolucci, che troviamo non a caso in esergo alla prima poesia, una vera e propria poesia del quotidiano, espressa in una parola lucida e lineare. Poesia che in una semplicità tutta domestica e familiare fa della casa il luogo per antonomasia di una religione tutta laica, la chiesa della nostra assenza diurna, dove la sera si ritorna stanchi nelle stanze delle nostre preghiere, “- dopo la fretta l’incenso del ritorno”. La casa-chiesa dove “per appaltare questo tuo progetto/ fai spazio dentro per le impalcature/ per il restauro dell’anima completo”.

Vincenzo Mascolo ci presenta alcuni assaggi della silloge inedita Bile, nella quale sembra esserci il filo rosso di un dialogo a distanza con il poeta Queneau, presente in crescendo in tutte le composizioni. Con vezzo scientifico e analitico, (caro alla poetica di Raymond Queneau,  – non a caso amante della scienza e in particolare della matematica),  ma con una ironia di fondo alla quale ci ha già abituato, come quando ha affrontato i problemi di bioetica, Mascolo affronta ora, prevalentemente, problemi di poetica. Egli ravvisa nel mondo di oggi un gran polverone che offusca la vista ai poeti, “la cataratta dei poeti” dice Guido, (Oldani?),/ che Salvatore (Martino?) vuole ad ogni costo/ rimuovere dal proprio cristallino/ per scorgere oltre il ferro delle grate/ il suo punto di fuga, le linee di una nuova prospettiva”. La polvere oscura la vista e nello stesso tempo provoca la raucedine ai poeti. Quale allora il punto di fuga, la prospettiva per Mascolo? La stessa di Salvatore? Sicuramente non la linea prospettica di Queneau e non i suoi esercizi di stile e di cesello matematico: “Non c’è più tempo per i tuoi esercizi/ non è più tempo questo per lo stile,/ ormai del poco fiato che rimane/ è meglio farne voce per la bile”. Il tempo attuale ha bisogno di una parola biliare e perció financo arrabbiata rude dura aspra graffiante, che a scanso di stili abbia una velleità, piuttosto che estetica, etica: “ai poeti non resta che affilare le parole/ e usarle come unghie per raschiare/ il fondo sconquassato del barile”.

Il poeta veneto Augusto Pivanti si situa con i suoi versi in una dimensione classicista tutta post-moderna, dove la parola si nutre di natura, di oggetti, di oggetti dell’arte, dei pittori, degli architetti, della musica, del paesaggio, delle persone care, di se stesso, di ricordi, di passato, di presente, e produce una parola ricercata e raffinata come le colonne del Palladio. Una poesia nello stesso tempo riflessiva e pertanto prevalentemente intellettualistica. Almeno per lo più. Preferisco la leggerezza quando il suo versificare diventa più istintivo, come quando Pivanti dice: “Espongo il viso/ a un sole tardo, di anni/ esclusi dalle primavere./ Chiudo le labbra/ per proteggermi/ perfino dai sorrisi”.

La siciliana Margherita Rimi presenta poesie dalla silloge inedita I tempi dei bambini, che ci riportano ad un’aura di stampo minimalista, dove sembra prevalere un canone di stampo positivistico, nel quale il metodo analitico conduce ad uno scavo della psiche. Psiche dei bambini sui quali si riflette la psiche della poeta, che è colta da zoppia nel momento in cui si sente messa all’indice dai bambini con i loro tempi: “I tempi dei bambini/ mi fanno zoppicare/ mi segnano col dito/ E quando toccano le cose/ l’aria comincia a respirare a disegnare/ la sua punteggiatura”. Poesia, quella della Rimi, certamente non facile. Criptica, tutta nascosta come è nei risvolti dello scavo psicanalitico.

Anna Toscano di Venezia è sulla rotta della linea lombarda. Quella linea che privilegia l’oggetto, la cosa, gli elenchi di cose, in poche parole tutto ciò che sta nel mondo, al punto che non può essere evitata la complementare de-soggettivazione. Una dimensione cara a un preciso canone poetico, e in genere letterario, confortato dai filoni di studio di tanta semiotica, che è seguita da numerosi poeti contemporanei, ma non più soltanto di Milano e dintorni, bensì di tutto il nostro Paese. Pertanto ritengo che sia superato parlare di linea lombarda, e come ho già proposto riporterei le diverse poetiche alle due dimensioni, ontica e ontologica, e ai loro vari possibili gradi di intersezione. Poesia minimalista, come è spesso riconosciuta, dunque, la poesia di Anna Toscano, poesia dei minimi termini, di spazi, di luoghi, di tempi, di materia, di tutte le cose, compreso l’uomo-oggetto,  che vivono nella loro fisicità e nella loro autonomia d’essere materiali. Uno pseudo-realismo, pertanto, che preferisco chiamare empirismo poetico. O meglio dimensione ontica della poesia. Ma quella che preferisco è sicuramente la dimensione ontologica, che in parte è propria di altrettanti poeti, e che in questa antologia è ben rappresentata da Salvatore Contessini, nella poesia del quale ci troviamo a confronto con quello che è il vero realismo poetico, nella misura in cui, come dicevo più sopra, ci troviamo davanti ad un continuo embricarsi di dimensione ontica e ontologica, ma con alla fine una netta prevalenza dell’ontologia. Ma per tornare ad Anna Toscano, la sua poesia fatta di punteggiatura e pertanto di virgole, due punti, punti e virgola, di parentesi, e di un punto, che pare non voglia accettare del tutto l’impasse della pura fisicità, aprendo ad una dimensione pneumatica, pare tuttavia stare anche lei stretta nelle angustie dell’ontico, per dare un accenno di apertura all’altrove dell’ontologia: “Non avevo capito che il punto/ – come dicono anche i manuali di scrittura – che rende possibile il respiro”. Ma a predominare sono pur sempre gli oggetti, e noi come loro, “siamo grucce per cappotti/ manichini per cappelli/ forme per guanti/ tutto è in affitto/ tutto ha un prezzo” e ancora “tutto è in affitto/ tutto ha un prezzo/ nella tua macchina, nella tua casa, nel tuo bagno,/ nel tuo letto, nelle tue braccia, tra le tue gambe”. Onticità che si coglie assai bene nello slancio quasimodiano, invertito però nei suoi termini di senso: “Noi si sta, felici,/ in uno specchietto retrovisore”. E poi ancora abbiamo tram, treni, piazzali, vie, città, ma quello che ci fa sobbalzare sono le “Ultime cose” (il corsivo è mio), là dove un corpo consunto, una mano ossuta, una stanza con il suo odore di chiuso e la penombra, consentono di percepire in controluce al di là delle ultime cose, le ultime parole, dove si coglie un ineludibile slancio all’approdo nel mondo della realtà della parola e pertanto della poesia, dove il soggetto riesce a librarsi nel canto metafisico del sentimento e della liricità apprese dalla rapporto con i propri cari, in questo caso la nonna. “Le ultime parole che avrò da te,/ …”e “Le ultime parole che dirò a te/ saranno no nonna dormo qui stanotte/ ma tu no non salire su quel treno/ senza avermi raccontato ancora di quella volta che”, stanno a dimostrare che la poesia non può eludere il logos, la parola, che va al di là delle cose.

E questo forse potrebbe essere un possibile percorso per il canone del terzo millennio. Ma altre antologie si annunciano per questo anno, che a breve dovrebbero essere pubblicate, come “Quanti di poesia. Nelle forme la cifra nascosta di una scrittura straordinaria” (2011) curata da Roberto Maggiani per le Edizioni de L’Arca Felice e come “Frammenti imprevisti. Antologia di poesia” (2011) curata da Antonio Spagnuolo per Kairòs Edizioni, dalle quali dovrebbe emergere in modo ulteriore la strada intrapresa dai poeti della nostra epoca perché sia meglio delineato un canone di cui tutti abbiamo bisogno, per uscire dall’aporeticità.

Una recensione tratta da LietoColle

Maurizio Soldini

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