Pierino Gallo su le “Storie minime”

da IL FIACRE N.9
Quadrimestrale di Letteratura Italiana
Settembre 2009 – numero 6

Mi abitano i paesi spopolati/e il vento//la luce che scorre in un istante/e frana nella crepa dei calanchi//nella carne. Ancora “abitano”, dunque, “incidono”, “riallacciano”… e fanno scrivere versi. Non per un cardarelliano Homo sum, bensì per un’inconfondibile vocazione alla poesia delle piccole cose, dell’arcaicità, dei gesti. Questo, il nuovo itinerario di Maria Pina Ciancio, Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro, Fara Editore, Rimini, 2009. E vi si entra piano, come a voler chiedere di abitare coi versi, forse per timore di sgualcirne l’incanto o per il dubbio scontato di restarne incagliati. Ebbene, l’incanto arriva presto, ed è quello della parola, performativa, rituale, conativa, e pur sempre fortemente icastica. La poetessa lo sa e ci accompagna nel viaggio; la paura è che I cartelli stradali sono tutti uguali stanotte e la piaga dell’assenza gela il cuore. Assenza di uomini e donne sradicati alla terra e proiettati sul mare per tragitti di sogni, quelli evaporati …di valigie di cartone cotte al sole (da Partenze). L’emigrazione, il silenzio, le speranze spezzate attraversano dunque lo spazio liminale dell’oceano e, con esso, quello della pagina, bianco, rugoso. Così che solo di ombre può nutrirsi chi resta ed osserva. Poi il sentimento del vuoto si fa distaccamento, rottura e dall’anima di chi scrive passa a disegnare la forma del verso, tanto che il “frammento”, costante crepuscolare del non-senso, diventa imperante in molti luoghi testuali (frammento di Primavera, frammento d’Inverno, frammento d’Estate, pp. 24-25). E’ in un bellissimo esempio di correlativo oggettivo che si coglie appieno un siffatto pensiero: E’ nella crepa grande/quella priva di intonaco e calce/che il cedimento talvolta arriva…Si sono spaccate le tegole rosse (p. 30).
Meravigliose vette artistiche si raggiungono, infine, ne Una poesia per Rocco Scotellaro: Se non ti addormenti figlio posso raccontarti/la storia di un poeta che morì a trent’anni/e che a venti era già sindaco di paese/con il cuore rosso e l’anima di un padre (p. 39). La vita rimane, imponente e affaticata mole di abbracci, consolazioni, sguardi, ricordi… Poiché è nel ricordo che rivive la carne, nel ricordo che scrivono i “grandi” ed affondano gravide penne, ricolme d’inchiostro. Per scrivere storie o, meglio, la Storia. Di un sud o dei sud, della terra o del cuore.

Pierino Gallo

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