Capodiferro sulle “Storie minime”

Il PAESE tra Pensieri e Azioni
Mensile di informazione e cultura locale – Castelsaraceno
Anno V – Nov/Dic. 2009 n. 47 (p.12)

LA POESIA DELLA STORIA E LA STORIA NELLA POESIA DI MARIA PINA CIANCIO
La poetessa di S. Severino con le “Storie minime” e la “poesia per Rocco Scotellaro”.

“Storie minime ed una poesia per Rocco Scotellaro”, Fara editore, Rimini 2009, è l’ultima raccolta di versi di Maria Pina Ciancio. La poetessa lucana, di S. Severino, è riuscita negli anni che ha trascorso tra la Svizzera ed il Sud, “i luoghi dell’anima”, come ella stessa li definisce, a far vibrare le corde della sua voce a livello nazionale: è voce del sud, ma è soprattutto voce di questo sud del sud della Lucania. Le “Storie minime” sono “versi imperfetti, accomunati da una dimensione storica e collettiva, fatta di identità e di spaesamento. Tradizione e modernità”. Sono “orme, tracce, echi. Quelli di chi parte e quelli di chi (ancora) resta”. Bene ha colto questi aspetti Massimo Sannelli, nella sua “Lettera sull’intensità”, riportata in appendice al testo, in quella che potrebbe essere ermeticamente sintetizzata nella “rinuncia a rinunciare ai campi”, nell’ esposizione al “dolore dell’oltre la Svizzera”. La poesia di Maria Pina è introspettiva, impressionista, è un continuo scandaglio nell’anima dei frammenti inconsci di coscienza e di coscienze smarrite. Da questa auto-psicoanalisi sgorgano quegli archetipi junghiani che diventano storia, o meglio psicostoria. Riportiamo alcuni di questi “fatti atomici”, tanto per usare termini del linguaggio di Wittgenstein, per rendere l’idea di questa poesia ontologica: “Lungo strade mezzevuote/ il vento arruffa il pelo della capre…”; “Mi abitano questi paesi spopolati/ e il vento…”; “Hanno memorie le strade/ tracce di perdite e di incontri/ di Santi e mendicanti…”; “Si sono spaccate le tegole rosse…”; “Per noi che restiamo/ la vita è una guerra senza guerra…”; “Non ti era bastato il mio amore/ e neppure il mio pianto…”. Ed emergono i tratti esistenziali e dolorosi che accomunano tutti i poeti di questa terra di poeti, fatti di nostalgie e di nervosismi ed il luogo privilegiato di quest’anima diventa allora il ricordo del nostro grande Rocco Scotellaro, nella poesia finale: “È fatto giorno dopo un’altra notte al bar/ dove c’è sempre un figlio senza mestiere/ che beve e fuma e non sa niente di Rocco/ di margherite e rosolacci, dei contadini del sud…”. E come non ricordare il cantore di Tricarico: “Svegliati bella mia che giorno è fatto,/ sono volati gli uccelli dai nidi”? Vi si nota lo stesso “contrasto tra tenebra e luce”, la stessa “impronta popolare”, lo stesso “intreccio tra cantabilità e asprezze, tra solarità e tenebra, tra sensualità e presagio di morte, tra dolore e gioia” – dall’Introduzione di Maurizio Cucchi alle Poesie di Rocco Scotellaro, Oscar Mondadori 2004 -: “È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi/ con i panni e le scarpe e le facce che avevamo”. E questa figlia di Rocco ha saputo re-interpretare e ridestare quel vivo sentimento di liberazione, sempre dal commento al Poeta: “riuscendo positivamente a sostanziare la sua poesia, senza retorica e senza impacci volontaristici, di una materia tratta dal suo pieno coinvolgimento nel reale”. La poesia, creazione originaria, è storia. Il “poiein” è allo stesso tempo l’atto e la finzione artistica. Non a caso gli antichi esprimevano l’accadimento nel linguaggio poetico: i poemi omerici, l’Eneide, ad esempio. Oggi si è perso quello slancio espressivo e unitario della vita in tutte le sue molteplici manifestazioni. Ma questa poesia storica di Maria Pina, lungi dal voler prendere la via idilliaca delle tradizioni celebrative e mitiche, è invece l’apoteosi del realismo, più schietto di quello di Scotellaro, che pure assume elementi populistici e profetici. La storia minima è l’elemento ultimo e primo, è l’atomo della temporalità, non quella matematica, ma quella dinamica, direbbe Bergson, quella legata all’anima, alla durata, ai luoghi di questo mondo sconosciuto che è dentro di noi. La storia minima è il fatto, non nel senso positivista, ma in quello del dato immediato di coscienza, cognitivo ed emozionale assieme. La ricerca cianciana somiglia molto, invece, a quella fenomenologica di Husserl, all’epoché, la quale, scrive Enzo Paci “è il disoccultamento. Il mondo è sempre là. La sua esistenza non costituisce problema. Il problema che l’epoché vuol risolvere è un altro: qual è il significato, il fine del mondo, per me, prima di tutto e originariamente e poi per tutti i soggetti?”. Ecco allora il senso di questa ricerca singola, singolare e nello stesso tempo comunitaria: “…perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede l’elegia di Hördelin “Pane e vino”. Oggi comprendiamo a stento la domanda. Come potremmo intendere la risposta che Hördelin dà? Questa domanda si pose Martin Heidegger. A questa domanda cerca di rispondere Massimo Sannelli: “L’autore medio vuole vivere, molto laicamente, senza problemi di metafisica e di sangue… Non vi sono né storie da raccontare né una storia a cui appartenere”. A questa domanda cerca di rispondere Emile Verhaeren ne “Il molteplice splendore”: “Il mio spirito triste,/ e ormai stanco dei testi e delle chiose,/ spesso va verso gli uomini/ che nel loro primo ardore/ con gridi d’amore e ferventi parole,/ un giorno, per i primi/ diedero nome alle cose”.

Luglio 2009

Vincenzo Capodiferro

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