Lucio Zinna sulle “Storie minime”

Maria Pina Ciancio, Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro, Rimini, Fara, 2009, pp. 48, € 10,00.

Un dato sociologico di fondo attraversa le poesie di questa densa plaquette di Maria Pina Ciancio: la ripresa dell’emigrazione dai paesi del sud Italia verso quelli del nord peninsulare (in concomitanza dei flussi immigratori che si registrano nel nostro Paese, anche al Sud, e in varie plaghe europee). Storie attuali si correlano ad analoghe storie di ieri. Oggi, le valigie non saranno più di «cartone cotte al sole» e legate con lo spago, come una volta, ma la sostanza non cambia.

L’autrice, nata in Svizzera, di origini lucane e operante a San Severino, in provincia di Potenza, affronta un tema così complesso in maniera eccentrica nei confronti dei tradizionali canoni − realistici e neorealistici − che furono tipici, storicamente, della cosiddetta letteratura dell’emigrazione. Elementi realistici non mancano, ma circola accanto ad essi un che di trasognato, qua e là anche una fugace aura visionaria. L’asse è spostata dall’oggettivismo (quintessenziale nell’estetica realistica) alla dimensione della soggettività e l’andamento è più impressionistico che descrittivo. L’attenzione è concentrata in prevalenza sugli effetti che le partenze determinano nei luoghi e nelle persone da cui ci si allontana. Le “storie” sono rappresentate non tanto nel loro svolgersi come fatti quanto piuttosto nel loro impatto emozionale, nelle risonanze interiori, nei fili che si stabiliscono tra quotidianità e memoria. E ieri e oggi si fondono, in un ‘presente’ a valenza psicologica e, per così dire, globalizzato.

“Storie”, dunque, viste da qui, dall’angolo di visuale di chi, rimanendo, avverte una sempre più delineata e amara percezione dell’assenza, la quale finisce per rivestire di sé uomini e cose e rende mutevole, con le atmosfere, l’aspetto dei paesaggi, perché qualcosa è cambiato dentro, nell’anima. Anche il tempo pare fermarsi: «si arrestano le ore in una smorfia / e il passo della neve si fa lento  […] la vita certe volte è ferma / al di là delle finestre chiuse / e il vento lo senti solo dentro / frugare come un clandestino // nelle tasche delle giacche / nei granai, sotto gli archi //dappertutto» (pp. 26-27).

Leit motiv della silloge diventa allora, a contraltare dell’identità, lo spaesamento: che invade chi rimane (in analogia al senso di estraneità di chi ha raggiunto luoghi diversi da quelli  familiari) e  che rende la vita di chi resta «una guerra senza guerra» (p. 34). Eccone alcuni exempla: «Al taglio della luce lo spaesamento / ci prende, nella gola e negli occhi. / Le mani strette l’una all’altra, / come quando i padri o i figli all’improvviso se ne vanno» (p. 30); «Una lotta su due fronti è la nostra / con il quotidiano e con la storia / uno spaesamento/ senza tempo // del cuore e delle mani// vuoto cadenzato di fiato e corpo» (p. 32).

E a mano a mano che si allarga il raggio d’azione, tutto va assumendo dimensione metaforica di una condizione più vasta, al di là del fenomenico e del contingente. La ricerca, vale a dire, di possibili consistenze, nella morsura avvertita dall’essere umano, quando gli occorra di percepirsi (e nessuno può dire di esserne rimasto completamente immune) déraciné nel proprio iter esistenziale, nell’avventura stessa dell’uomo nel mondo.

Di tale dimensione possono essere indicatori, fra l’altro, i versi di Rocco Scotellaro che la Ciancio pone in esergo al toccante testo conclusivo della raccolta, dedicato al poeta lucano morto trentenne, che fu commosso e vibrante cantore del mondo di umili verghiani e di spaesati nella loro terra e fuori di essa: «Io sono un filo d’erba / Un filo d’erba che trema / E la mia patria è dove l’erba trema», scrisse il poeta di Tricarico.

«Versi imperfetti» chiama la poetessa i suoi, di questa raccolta, dei quali vanno apprezzati invece il tono pacato e incisivo e l’essenzialità. Sono “imperfetti” tanto quanto sono “minime” − vale a dire solo in apparenza − le “storie” alle quali si accenna nel titolo. Un’imperfezione simbolica, come se i versi ambissero a farsi carico, esteticamente, delle incongruenze di un mondo che non riesce a camminare in maniera più lineare e più giusta.

Lucio Zinna, agosto 2009

(Articolo apparso su ARENARIA – Ragguagli di letteratura moderna e contemporanea 3 –  novembre 2009)

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