Fernanda Ferraresso su “La ragazza con la valigia”

da Fernirosso’s Weblog
arti nell’arte

“Siamo qui e altrove/ assotigliati al vento/ e alle parole (…) in mezzo al bianco/ che scandisce e svela/ i graffi e le ferite/ il premio inaspettato della luce”

Inizio quasi dalla chiusa, poichè la sosta avviene in prossimità di un’ uscita, anche se quella si rileva, ancora una volta quasi subito, un’ ulteriore partenza. La valigia è, in realtà, la casa intera ed è l’ insieme: di-stanze dentro le ossa, il nostro dna, il glob(ul)o del tempo nello spazio dell’esistere, non solo della singola esistenza. E’ principalmente questo, credo, che i versi di questa raccolta riescono a fiorire. Nell’interlinea tra la memoria e tue parole: lo stare di quelle dei “…santi”, quelli che definirei come Lari e Penati, nei reliquiari delle pagine di apertura.Tali divinità garantiscono ora quanto in passato garantivano ai nostri predecessori:la prosperità della casa e dei campi, erano parte integrante della vita familiare e si occupavano d’ogni attività dell’individuo. All’interno della casa, vi era un luogo, anzi il luogo del sacro, il fuoco dedicato a Vesta. Essa rappresentava, con la sua fiamma, la Vita. Per questo il fuoco non doveva mai essere spento. L’arduo compito era affidato alla mater familias. Di tanto in tanto, venivano gettate nel fuoco sacro delle briciole di pane. Credo che proprio questa sia l’ossatura su cui si regge la tua architettura poetica, che poi resta lavoro di quel campo in cui i semi da continuare a spargere sono la memoria di ogni altro lavorante e dei suoi raccolti. Parole radicate, nel terriccio umido di una storia ricca di humus di molte altre: vita di vite. Esplorare le radici non è cosa semplice, bisogna affinare sensi arcaici, bisogna per-mettere al corpo una muta (si deve cambiare pelle lasciando l’altra per strada, strisciando tra s a s s i, rischiando addirittura di lacerarsi, ma sono proprio le asperità che aiutano a completare la spogliazione. Non basta però eseguire questa trasformazione, serve, staccandosi da quella pelle, riuscire a guardarla, attraversandola in controluce, senza dissiparla, come fosse una mappa del cielo, limpidissimo, in cui le stelle sono celate, in piena luce (il premio inaspettato). Ecco, la serpe, meglio di qualunque altro essere, ha la possibilità di mostrare ciò che avviene in tempo di muta(zione). Scivola, la serpe, senza rumore, tra rocce grige, grigia anch’essa e vede, oltre se stessa, i colori delle maschere. Da una pelle all’altra del silenzio muto della carne, alla parola che si fa, per via, canto. RilKe rimanda a Cristina Campo, là dove “liso dal loro eterno saltare, questo tappeto” dall’altro lato del disegno, dove le magnifiche serpi si intrecciano, in realtà si intrecciano le vite, in un ordito che non ci è dato di vedere per intero, ma solo per frammenti, come la pelle della serpe, persa tra sassi e rami secchi. Il serpente, c’è da ricordare, è il simbolo del risanamento: il caduceo che identifica medici e farmacisti, è un segno di antichissima memoria. Ricorda chi lavora intorno al dolore, ne legge le scritture profonde, sempre abbandonate, infiltrate nel corpo dei globuli, nel sangue o nelle cellule che mantengono viva la vita, usufruendo persino della morte, sempre alla periferia di noi stessi, mai troppo lontana. Il serpente è anche simbolo del tempo, della ciclicità del tempo. L’anno solare si identifica come una serpe che si morde la coda (persino le mura della città, anticamente, venivano tracciate seguendo il senso del tempo, cioè seguendo il corso del sole, un fiume che continua il suo ciclo, senza interruzione, senza segnalazione che un cerchio, un anello, lo stesso simbolo delle nozze, poichè noi tutti siamo legati al tempo in una sola cerimonia nuziale, di cui appunto il tempo ci è con-sorte). Il tempo si mangia la coda, cioè si autodemolisce e si autoriproduce, nutrendosi di quel se stesso che ha corpo in noi, tutti, proprio come salta alla vista, percorrendo il corpo di questi versi, che hanno il visus di Adalgisa, Nina, Marta e altre donne ancora, una lunga fila, come fossero sempre una. Un po’ come accade con ADAMO, in cui è già racchiusa la promessa del Messia, uomo perfetto, chiamato a restaurare l’intera umanità nella sua integrità. Per la tradizione rabbinica, l’intera promessa è inscritta già nelle lettere del primo uomo, Adam: nella A si trova inscritto Adamo, l’uomo primitivo, creato da Dio nella perfezione dell’Eden. Nella lettera “da” troviamo inscritto David, come tipo del Messia, uomo vero davanti a Dio e agli uomini, nell’ultima “m” si delinea la promessa definitiva: il Messia, che rivelerà quale fosse la perfezione voluta da Dio per la sua creazione. Davide è l’anello di congiunzione fra il primo e l’ultimo uomo, fra il primo e l’ultimo Adamo – Cristo – Tutta la vita di Davide nella gioia e nel dolore, nel peccato e nella pietà verso Dio, diviene liturgia e ogni uomo è pietra di quel tempio che il Signore ha benedetto in eterno e che vibra al suo passaggio. Quel tempio santo che noi cristiani vediamo già glorificato nel corpo del Risorto, il Messia, l’Emmanuele promesso, che è discendenza di Davide è insieme Dimora di Dio in mezzo agli uomini. Non è un caso che il libro dell’Apocalisse, ultimo libro della Scrittura, termini con la promessa dell’adozione offerta a Davide, ormai aperta ad ogni figlio di Dio: Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. Eppure, in queste pagine scritte in una discendenza declinata al femminile, si ribadisce la stessa tensione, brucia la stessa fiamma da cui il corpo impara se stesso, impara la carne da cui nasce. “Tu sana/venata di sole/porti sul grembo il cielo tutto azzurro…” Parte da un eden stracciato e ritorna coi fili separati, quindi pronti a ritessere trama e ordito, prendendo i vecchi di-segni, ri-ordinati in carte e cataloghi interiori, impossibili da dimenticare, poichè è il corpo, la sacca che tutti li contiene ( il continente in cui muovere, che ci muove lungo le sue vie). Le parole della scrittura come pietre, le stesse che il dio Hermes ha donato agli uomini e che gli uomini gli hanno riportato in costruzioni di cui ognuno è pietra con la sua stessa vita (tanto quanto appare nei Salmi di Davide). Il viaggio è lungo, tutti gli uomini e tutte le creature, i sogni, le paure e i misteri che l’universo con-templa in ciascuna generazione “dei” suoi esseri, e non ha soste, la vita (non) si inceppa nella “nostra” vita e non c’è treno che arrivi presto, se non in un immaginario che si isola in un quadro surreale. Andata-ritorno senza tornare mai nello stesso luogo, nello stesso sé, poichè il terreno è minato e la scrittura segna il suo percorso disinterrandolo, cancellando, franando i piccoli ponti che credeva di avere eretto facendo fondazione sulla lettura di cui si crede composta, fino al collasso della visione. Le rondini sul filo, sillabe sulla riga che si costruisce sulla bocca-fiato-bracere della vita che, intanto, ci tra-passa coi suoi p(a)esi gravi(di) di forme. E l’autrice-nutrice? L’autrice è Estia: la dea del fuoco che arde in ogni focolare rotondo. Ancora una volta a chiudere quel cerchio, da cui non ci si era allontanati mai. Figlia primogenita di Crono e di Rea (Era, ancora una volta circolarità e riflessione, scambio del senso) in una perfetta in-perfezione che tutt’ora vive in ogni cosa, dalle pozzanghere allo specchio, al silenzio carico di mute/voli voci-echi di chi sembra scomparso ma, in realtà, continua a bruciarci e ardere dentro noi come un segno nel cerch’io.

Fernanda Ferraresso

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