A. Pizzo su “La ragazza con la valigia”

da Letture e scritture e noticine di finta critica

Mi piace in un libro giocare alla caccia al tesoro, svelare l’arcano, sciogliere il rebus che si nasconde dentro le parole, cercare la chiave per aprire lo scrigno, cercare le tracce, la mappa, il segno, l’orma, trovare il codice per la decifrazione. Così appunto e annoto che la valigia della ragazza è di colore rossoazzurra che l’aggettivo rossoazzurra è scritto in corsivo (pag. 13) e che in corsivo è scritto anche l’aggettivo polverosa a pag. 14 e poi ancora:

Concedetemi il viaggio e qualcosa da bere. (pag. 18 )
Un mazzo di chiavi arrugginite (pag. 20)
I panni invece sono biancoazzurri a pag. 30 e nella stessa pagina trovo scarmigliata dal vento.

Qui mi fermo, gli altri corsivi non credo c’entrino più con la mia ricerca e una chiave non può aprire tutte le porte.

L’azzurro è il colore del cielo, rosso il sangue, bianca la neve e anche l’innocenza. La donna, le donne, la ragazza con la valigia è innocente come Biancaneve e come Biancaneve è vittima del disamore della matrigna, la madre cattiva che la vuole tenere segregata. La ragazza però vorrebbe partire, amare, lo desidera con tutte le sue forze, chiede che le sia concesso andare, Concedetemi il viaggio e qualcosa da bere, ha la valigia, questa valigia è pronta da tempo, è polverosa, la chiave è già arrugginita. Un mazzo di chiavi arrugginite.

Stese i panni biancoazzurri
al filo delle rondini nere
di ritorno
e rimase immobile
scarmigliata dal vento
i capelli e i vestiti graffiati
da carezze senza cura

chissà perché in quella casa
dai tetti rossi
il tempo presente
era sempre altrove
(p.30)

Aldilà di questo mio innocente e innocuo svago, voglio dire che la racconta di Maria Pina Ciancio è molto armonica ed equilibrata, d’altro canto la poesia rispecchia chi la scrive e Maria Pina sembra esserlo.

L’autrice fa parlare le donne che non hanno voce, che sono vissute ai margini, così è la poeta che si fa voce viva, che canta storie comuni e minime, ma dolorose, quindi solo apparentemente semplici; queste donne si chiamano Marta, Carla, Fabrizia, Adalgisa, Piera, Daria. E Biancaneve, aggiungo io, perché la raccolta ha un che di incanto e di fatato, sa di rituale e di sacralità primordiale.

Antonella Pizzo

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