Vincenzo Capodiferro su “La ragazza con la valigia”

da NON SOLO PAROLE
22 settembre 2008

Una storia «vissuta, esplorata, ascoltata, evocata, immaginata, rivelata». Così scrive la poetessa Maria Pina Ciancio nella brevissima introduzione ad uno dei suoi ultimi lavori, “La ragazza con la valigia”, edito da Lietocolle il 20 giugno 2008. La Ciancio ha percorso una felice via nell’ascesa poetica. Già il titolo di quest’ultima opera è emblematico, indica movimento: “Parte e ritorna ogni notte”. La poesia di Maria Pina Ciancio nasce dalla persona e dalla storia, una persona, che nel suo profondo significato è “maschera” e una storia che è “quotidiano” senza tempo. La poesia allora diventa, come ella stessa scrive, una “ricerca”, «dove i versi sono talvolta musicali come preghiere, talvolta duri come pietre». Una poesia fenomenologica, che riporta nudi spaccati di vita, senza tergiversamenti ed impacci, nella loro pura rarità fattuale e originaria. È una poesia attenta, fotografica osservatrice di spesso inconsueti allo sguardo accorgimenti della realtà, una realtà anche nascosta, che rimarrebbe invisibile all’occhio profano. E se come diceva Schopenhauer nel puro occhio contemplante dell’arte l’uomo si libera dalla volontà, in questo caso la poesia diventa liberazione, diventa esorcismo. Un caso emblematico è dato da Il falò di San Giuseppe. “I miei fantasmi/ sono tutti appesi/ all’orto del vicino/ e seccano al sole/ per il falò di San Giuseppe”. Il rito «ha per la comunità una funzione purificatrice e fecondatrice». Il rito ha questa funzione soprattutto per la persona che irrompe quasi sulla scena umana. Se Antonio Cechov scriveva al figlio il 16 giugno 1887: «Prendi qualcosa della vita reale, d’ogni giorno, senza trama e senza finale», cosa meglio di questa poesia può ritrarre il vero, non il verosimile, la finzione? “Zia Mariangela ha 103 anni/ un marito in America/ e un figlio in guerra/ non legge, non scrive, non parla”. Verum et factum convertuntur. Questo principio vichiano diventa allora nella poesia di Maria Pina un principio poetico. La poesia svelatrice della verità, l’aletheia, il venire alla luce di ciò che era nascosto, senza fronzoli, senza mezzi termini, quasi con sfacciataggine, quella sfacciataggine che deriva della sicurezza di chi sa, di chi conosce come stanno le cose. «Dio non permettermi di giudicare o di parlare di ciò che non conosco e non capisco,» è scritto sempre nei Quaderni del Dottor Checov. Mi sia permesso di citare più volte questo autore a me sì caro, perché egli era un medico e un medico diagnostica, viviseziona in questo caso la realtà. L’accostamento non è arbitrario. Sentiamo di Maria Pina il Sipario tra le righe. “Forbici… bisturi… filo/ comincio a scucire gli orli del passato… Forbici… bisturi… filo/ e mi ricucio in fretta”. Il poeta medico, il poeta sarto della realtà. E se Socrate diceva “una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” allora che dire della ricerca poetica di Maria Pina? Senz’altro è una poesia realista, esistenziale. La ricerca è delle cose che sono in sé, degli stati d’animo imperituri, dell’essenza, del nocciolo delle situazioni. “Scese dall’autobus / la ragazza con la valigia e sorrise/ con le mani lievitate di terra e luna / sorrise”.

Vincenzo Capodiferro

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