Tra poeti e «poete» l’ultima silloge di Maria Pina Ciancio

da La Gazzetta del Mezzogiorno
Cultura e Spettacoli, domenica 6 luglio 2008

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Che la poesia debba cercarsi e darsi un’autorità che ne giustifichi il viaggio nel mondo è esigenza abbastanza diffusa nei poeti, in particolare nelle «poete», è spesso il tema stesso della poesia, questo interrogarsi sul suo senso e sul suo diritto ad essere.
Il racconto, se vogliamo, ha la sua autorità intrinseca nella possibilità che il lettore vi ritrovi facilmente le chiavi del suo riconoscimento.
Ma la poesia? Appunto. Chi mai potrebbe offrirle questa certezza? Lo scrittore, la scrittrice di poesia sa quanto esile sarà la sua voce nel mondo, quasi un respiro nella babele di voci e rumori del nostro tempo.
È qui, proprio nel porsi la domanda e nel darsi la risposta nella presentazione della silloge «La ragazza con la valigia» (LietoColle, 2008), che Maria Pina Ciancio scopre il senso e l’autorità della sua poesia: il radicamento nella sua storia personale «Vissuta. Esplorata. Ascoltata. Evocata. Immaginata. Rivelata.». È questo il nesso tra l’autrice e i suoi «angeli» ignorati.
La silloge, preziosa nella sua confezione da «libricino da collezione», tipica delle edizioni LietoColle, si propone già per questo come un «angelo», che non aspira ad altro che a trovare qualche buon lettore, qualche buona lettrice per mettere in comune «l’esperienza del disincanto e del dolore», dai quali si approda «alla pienezza consapevole e necessaria della vita (che è quasi una verità «rivelata»)», per scardinare ab origine la logica della corsa alle classifiche dei libri più venduti, e magari meno letti. I «profili che vivono una vita nascosta ai margini, dietro porte chiuse che l’incomprensione e l’isolamento, ma anche la disperazione, hanno trasformato in maschere mute», ripropongono una lettura dell’universo femminile che avremmo sperato di non incontrare più nei panorami urbani e poetici del nostro secolo, ma che proprio dalla loro perifericità traggono le ragioni del loro significato simbolico. Confortata nel viaggio in un’umanità dolente e disillusa dalla comunione con grandi scrittori, R. M. Rilke, Ezra Pound, Amelia Rosselli e Antonia Pozzi, l’autrice lancia davvero dure pietre nella quiete (?) delle nostre conquiste di donne.
Se in «Stese panni biancoazzurri», interrogandosi sul «perché in quella casa/dai tetti rossi/il tempo del presente era sempre altrove», denuncia l’impossibilità di sfuggire al destino dell’assenza, ancor più tragica è l’esperienza di Teresa, che «salta vittoriosa/tra le fiamme/e non sa che ha il piede destro/bloccato/in una trappola per topi.» Fabrizia, Maurizia, Carla, Matilde, Adalgisa e le altre sospese nell’attesa «che il treno arrivasse», sono tutte «ragazze con la valigia»: «Parte e riparte ogni notte/la valigia rossoazzurra/rigonfia di stracci/e lo sguardo di terra/annodato alla luna.».
Maria Pina Ciancio nulla concede alla retorica del dolore, nulla alla retorica della debolezza, questi percorsi di vita, infatti, hanno soltanto nella loro disperata realtà il lasciapassare verso la poesia.

Lorenza Colicigno

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