Come un romanzo femminile, le piccole storie in versi di Maria Pina Ciancio

da IL SEGNALE
Percorsi di ricerca letteraria n.83
(p.p. 70-71)

Appena ho letto i versi che compongono l’ultima opera poetica di Maria Pina Ciancio dal titolo La ragazza con la valigia (Lietocolle, 2008), ho pensato che la combinazione di storie semplici e intense, che si avvicendano nelle pagine della raccolta, producessero nell’avida lettura, una sensazione simile a quella che lascia un bel romanzo femminile, carico di quel vissuto marginale e pertanto essenziale, che diversificandosi nei vari accadimenti e nelle tante personalità, inspessisce la percezione di un certo universo identitario.
Quello che voglio dire, è che le donne che racconta l’autrice sono quelle di sempre, coraggiose eppure arrese, riflessive e ribelli, dure e comunque sempre bisognose, che narrano nella loro lucida resistenza e intelligenza emotiva, una storia millenaria di evoluzioni e inganni culturali, in cui l’identità rivelata, come la poesia non solo ci parla di se stessa, ma anche della vita, della verità umana. E’ un testo tra i più evoluti sull’identità femminile, credo uno dei più interessanti concepiti negli ultimi anni in poesia, perché le donne che vivono nella memoria, nella percezione, nel sentire della stessa poetessa sono quelle che traducono i luoghi, ma anche il tempo, e a voler ben riflettere, credo che la loro stessa lettura si spinga al di là dei confini localistici e delle conquiste dell’epoca e tenta a guardare dritto all’esistenza, che in qualsiasi modo la si voglia osservare, appare sempre e comunque contradditoria: “Viveva sola e si burlava/ delle mie paure e dei miei amori/ La cercai dappertutto/ (…) / a trent’anni la scoprii col cappotto/ che spiava il Mondo dalla serratura/ della porta”.
Ho sempre pensato che la poesia fosse un’arte difficoltosa o meglio rischiosa per la sua natura inerme, ma è altrettanto vero che solo rischiando in poesia si può approdare a illuminazioni profonde, sebbene asciutte e a tratti visionarie, che nella loro violenta semplicità diventano preziose rivelazioni sul mondo: “Carla era sempre stata/ una brava moglie/ casa-lavoro casa-lavoro/ routine, parenti, litigi,/ ma un giorno di marzo/ il vento le prese il grembiule/ e lei lo ricorse felice/ e senza rimorso”.
Ed è proprio in virtù di una irriducibile tensione verso la parola e i suoi più potenti significati, che la poesia acquisisce la forza per riconciliarsi con chi ha fame di trovarsi, di riconoscersi, tendendo verso la rara pacificazione tra apparire ed essere, ignorare e divenire.
Solo in funzione di una forte spinta esistenziale, un libro può diventare civile senza averne la pretesa e bello senza volerlo, o quantomeno senza averlo messo in conto.
Una poesia sempre ricca di spunti quella della Ciancio, che in questa ultima uscita si fa anche più attenta ai dettagli evocativi dei luoghi, oltre che all’uso di un verso raffinato e lucido e ad un’apertura temporale, che taglia orizzontalmente ogni tentativo di interpretazione, poiché tutto è già stato detto, letto, eppure tutto è ancora così incredibilmente nuovo.
Questa dimensione poetica, in cui evolve la scrittura della Ciancio, in cui persino la ricchezza drammatica e giocosa della scrittura ci offre una nuova chiave di lettura e una profonda riflessione sul senso delle scelte e delle non scelte, che attraversano la vita delle donne e sulla loro radicata e sempre più incontrastata solitudine, ha anche il potere di ottimizzare il pessimismo, avendo come risultante la liberazione dall’oscurantismo, la restituzione della speranza della luce, alle tante tenebre di una vita.

Maria Luigia Iannotti

sul web VIA DELLE BELLE DONNE

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