Disegno realizzato da Lorenzo Gugliotti in occasione della presentazione del libro “La ragazza con la valigia” (San Lorenzo, 13 settembre 2008)

la_resistenza_lorenzo_gugliotti

da NON SOLO PAROLE
22 settembre 2008

Una storia «vissuta, esplorata, ascoltata, evocata, immaginata, rivelata». Così scrive la poetessa Maria Pina Ciancio nella brevissima introduzione ad uno dei suoi ultimi lavori, “La ragazza con la valigia”, edito da Lietocolle il 20 giugno 2008. La Ciancio ha percorso una felice via nell’ascesa poetica. Già il titolo di quest’ultima opera è emblematico, indica movimento: “Parte e ritorna ogni notte”. La poesia di Maria Pina Ciancio nasce dalla persona e dalla storia, una persona, che nel suo profondo significato è “maschera” e una storia che è “quotidiano” senza tempo. La poesia allora diventa, come ella stessa scrive, una “ricerca”, «dove i versi sono talvolta musicali come preghiere, talvolta duri come pietre». Una poesia fenomenologica, che riporta nudi spaccati di vita, senza tergiversamenti ed impacci, nella loro pura rarità fattuale e originaria. È una poesia attenta, fotografica osservatrice di spesso inconsueti allo sguardo accorgimenti della realtà, una realtà anche nascosta, che rimarrebbe invisibile all’occhio profano. E se come diceva Schopenhauer nel puro occhio contemplante dell’arte l’uomo si libera dalla volontà, in questo caso la poesia diventa liberazione, diventa esorcismo. Un caso emblematico è dato da Il falò di San Giuseppe. “I miei fantasmi/ sono tutti appesi/ all’orto del vicino/ e seccano al sole/ per il falò di San Giuseppe”. Il rito «ha per la comunità una funzione purificatrice e fecondatrice». Il rito ha questa funzione soprattutto per la persona che irrompe quasi sulla scena umana. Se Antonio Cechov scriveva al figlio il 16 giugno 1887: «Prendi qualcosa della vita reale, d’ogni giorno, senza trama e senza finale», cosa meglio di questa poesia può ritrarre il vero, non il verosimile, la finzione? “Zia Mariangela ha 103 anni/ un marito in America/ e un figlio in guerra/ non legge, non scrive, non parla”. Verum et factum convertuntur. Questo principio vichiano diventa allora nella poesia di Maria Pina un principio poetico. La poesia svelatrice della verità, l’aletheia, il venire alla luce di ciò che era nascosto, senza fronzoli, senza mezzi termini, quasi con sfacciataggine, quella sfacciataggine che deriva della sicurezza di chi sa, di chi conosce come stanno le cose. «Dio non permettermi di giudicare o di parlare di ciò che non conosco e non capisco,» è scritto sempre nei Quaderni del Dottor Checov. Mi sia permesso di citare più volte questo autore a me sì caro, perché egli era un medico e un medico diagnostica, viviseziona in questo caso la realtà. L’accostamento non è arbitrario. Sentiamo di Maria Pina il Sipario tra le righe. “Forbici… bisturi… filo/ comincio a scucire gli orli del passato… Forbici… bisturi… filo/ e mi ricucio in fretta”. Il poeta medico, il poeta sarto della realtà. E se Socrate diceva “una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta” allora che dire della ricerca poetica di Maria Pina? Senz’altro è una poesia realista, esistenziale. La ricerca è delle cose che sono in sé, degli stati d’animo imperituri, dell’essenza, del nocciolo delle situazioni. “Scese dall’autobus / la ragazza con la valigia e sorrise/ con le mani lievitate di terra e luna / sorrise”.

Vincenzo Capodiferro

VIBRARTE RECENSIONI
Coordinamento Artisti Salentini
20-09-08

Poesia, linguaggio dell’anima. Poesia, trama di parole e di senso. Poesia, accadere di storie uniche ed irripetibili. Rivelazione poetica: questo l’opera di Maria Pina Ciancio. Un percorso di ricerca, quello narrato dall’autrice, capace di penetrare in profondità volti ed identità complesse. Volti segnati dalla trama pungente e sottile, del tempo e della memoria. Esplorazione di voci. Voci appenna accennate, appena sfiorate, ma forti e vibranti. Forti, come solo l’esperienza del tempo può plasmare. La Poesia di Maria Pina Ciancio rivela con decisione il potere proprio di ogni linguaggio poetico. Il potere immaginifico della Parola. La sua Poesia è un viaggio. Un viaggio su tracce di terra e di memoria, di materia e di cielo. La terra, con il suo odore acre e doloroso, è solo una parte della Rivelazione.
E’ solo una delle due vie,tracciate dal viaggio poetico. La terrestre identità di ciascuna delle storie narrate nasconde, tra le sue scure radici, la leggerezza di un soffio. Ogni pezzo di terra cela la forza di uno sguardo lanciato in uno spazio altro. Occhi custodi fedeli di ogni istante, colorato ancora di bianco. Occhi di luce sognante. Occhi d’anima annodata con forza alla luna. L’anima della Ragazza con la valigia stretta tra le mani. Mani, le sue, lievitate di terra e di luna.

Erika Ranfoni

da VIA DELLE QUERCE
il blog delle recensioni
sabato 13 settembre 2008

Ogni volta che ci si avvicini ad un poeta, o come in questo caso, ad una poeta, per usare una definizione più consona ai nostri tempi, non è un avvicinarsi invano, non lo è mai, e non lo è perché qualcosa accade sempre ed è veramente mirabile, come una delicata verità, rivelatrice sempre di quel patrimonio straordinario che ci fa essere ciò che siamo, possa fondersi in questo alone di mistero che è della poesia, mai svelabile totalmente, ma così vivo, così palpabile se accarezzato dal calore di uno sguardo e dal fruscio dei fogli che accompagna sempre il nostro personale percorso di lettura.
Il mio incontro con Maria Pina Ciancio è recente.
Fino a qualche settimana fa, questa vicinanza era racchiusa nell’inconsapevole possibilità dell’avvenire, quella che ci nega al Tutto, ma nello stesso tempo ci fa comprendere che di questa negazione non siamo mai prigionieri, perché noi siamo parte di questo Tutto e lo siamo nella nostra infinita libertà, non tanto percepibile nelle scelte, ma quanto nella capacità di sapersi aprire all’inaspettato, nel momento in cui sollecita “una parola – ricordando Jabès – che forgia i suoi legami di silenzio nel silenzio abissale del legame.”
E i legami in questo volumetto di poesie di Maria Pina Ciancio, La ragazza con la valigia, edito da LietoColle, hanno una loro forza, diventano il giusto tramite per dire che la realtà non è mai fuori dalla poesia, e se lo è, lo è solo apparentemente, perché in questo silenzio ribadito dalle parole, nell’oscuro impulso che la pagina accoglie e poi trattiene, incontriamo inevitabilmente noi stessi e il nostro piccolo mondo degli affetti, ripercorrendo gli strati più profondi della memoria…
A tal proposito, mi pare opportuno leggere a pag. 21 la poesia “Sipario tra le righe”…

“ Forbici… bisturi… filo
comincio a scucire gli orli del passato
Daria mi richiama e riordina i ricordi
Piera drammatizza e impazzisce sulla scena
il primo attore ha fame e ingoia le battute
Forbici… bisturi… filo
e mi ricucio in fretta
chiavistello sfibrato a doppia mandata”

La pagina diventa teatro di una rappresentazione su cui palpita una trama vagamente musicale. Ci sono gli attori. C’è la vita. Quella che si riconosce e ci riconosce. E c’è la poesia dove la realtà non fa che ribadire la sua assenza e ribadendola la riproduce, diversa all’apparenza, ma mai nell’essenza.
La voce poetica della Ciancio simula i timbri di voci reali che lei conosce bene intonandoli a quella melodia persuasiva e seducente della sua anima sì disincantata ma che sa cercare nel suo fare poesia quella lenta, laboriosa opera risanatrice che riplasma ciò che quotidianamente scompare…

“Te ne andavi in punta di piedi
accompagnata (solo) da tua madre
e una campana a lutto

il fazzoletto già nero
e il rosario annodato alle dita

e di tutto questo non restava
né volto, né nome in paese

ma solo una storia taciuta” ( pag. 33)

In questa storia taciuta, però, c’era una vita. E quella vita si specchiava in altre vite.
C’è uno spazio di silenzio in ogni istante, dove noi viviamo inconsapevoli di altre vite, di altri mondi. Tutto questo non equivale ad una morte? E non è che la morte, disattivata della sua terribilità, non sia, in una percezione più alta, semplicemente il volto oscuro della vita, quello che non abbiamo il coraggio di guardare?
Per quanto crediamo di saperne alla fine restiamo attaccati alla luce come le falene. Il resto ci spaventa perché sottolinea ed esaspera i nostri limiti.
Nel nostro personale “grido di terra” cerchiamo sulla pagina il nostro passato e nella pausa che per un momento assorbe il mondo esterno, fra gli scatti del tempo, non ci sono conflitti, o se ci sono, significano nulla nelle vaghe ombre animate dallo sguardo…

“… e adesso quando il vento si alzava
e urlava a più voci
sbattevano le porte di quella stanza rosa
dove tutto era fermo (presente e domani)
e i pensieri un rovescio
che il vento di notte percorre

e misura” ( pag. 26)

Da qui la poesia della Ciancio cerca nella parola che non sa sperare quella vita promessa e mai avuta.
La cerca negli occhi di una donna che continua ad esserci nonostante il suo sguardo misuri la densità della sua sconfitta…

“ Ci sono ancora porte chiuse
sulla cristalliera dell’infanzia di Anna
una chiave nascosta
nella scatole di scarpe di suo padre
e silenzi di braccia senza mani
raccolti sottovoce
tra pozzanghere di sogni
virati dall’errore” (pag. 27)

La Ciancio fa poesia non per porre fine a tutto questo, ma per prolungare questo doppio volto della vita, questa estrema lacerazione, questo grido consegnato al Silenzio, nella consapevolezza che comunque, nonostante tutto, questo è parte di noi, importante, e rinnegarlo significherebbe sottrarre a noi stessi gran parte della nostra esistenza…

“… Siamo qui e altrove
assottigliati al vento
e alle parole
in mezzo al bianco
che scandisce e svela
i graffi e le ferite…”

Il premio inaspettato della luce (pag. 57)

Scriveva Jabès:
“Il volto non è là dove si staglia, ma dove si libera dal peso dell’apparenza e della sottomissione.
Questo volto sconosciuto ai miei occhi ma così familiare alla mia anima, lo ricostruisco nei minimi particolari. Fu una volta, luogo puro dello spirito, crocevia di pensieri avventurosi, prima di essere, al culmine della sua miseria, volto d’abisso.”
Ed è lo stesso volto che riconosciamo nella poesia della Ciancio che chiude questa raccolta il cui titolo, La ragazza con la valigia, non a caso, è stato scelto per unire l’intero percorso poetico.
La poesia recita così:

“Scese dall’autobus
la ragazza con la valigia e sorrise

con le mani lievitate di terra e luna

sorrise

Questa poesia è la più significativa dell’intera raccolta e di questo la Ciancio ne è consapevole perché in questi cinque versi si respira la vita nella sua totalità.
E le motivazioni di questa affermazione, ora che mi avvio alle conclusione, a darcele è ancora Jabès quando scrive:

“Entriamo nel futuro con un bagaglio limitato. È vietato portar tutto con sé. Ma chi ce lo ordina? Al termine della luce ci si spegne, finalmente nudi, tra le ombre.”

Bonifacio Vincenzi

Presentazione de “La ragazza con la Valigia”
13 settembre 2008 – ore 19,00
Sala Consiliare, San Lorenzo Bellizzi (CS)

san lorenzo 1
da sinistra- L. La Rocca, P. A. Scarivaglione, B. Vincenzi, P. Gallo, M.P. Ciancio

san lorenzo2
da sinistra- P. Gallo e M.P. Ciancio

san lorenzo3
uno scorcio di San Lorenzo e delle Gole del Raganello, 2008

Un grazie di cuore ai relatori tutti, a Bonifacio, alla comuntà di San Lorenzo per l’ospitalità, a Domenico, Franco (detto Francone), Lorenzo, alla proprietaria del B&B, alla signora del bar. A tutti gli incontri di questi due giorni e agli sguardi condivisi.
La foto dello scorcio di San Lorenzo è stata scattata all’alba, circa le 6 del mattino, dalla camera in cui ho alloggiato. Pioveva e tirava vento, ma lo “spirito dei luoghi” aleggiava su tutto. Magnifico. Dirompente e prepotente. Mapi